Holy Now – Think I Need The Light

Agnese Sbaffi per TRISTE©

Tutte queste feste, i pranzi, i ponti, le bevute, i parchi, le birre e i cicchetti…ne esco sempre un po’ provata, mai veramente riposata.

Quindi questa volta mi dico “PIUTTOSTO LAVORO”, e così è.

E mentre Roma si svuota (ma apparentemente solo dei miei amici perché i locali sono pieni di persone festanti) mi sento un po’ persa. Forse è il caldo improvviso o il principio di ustione sulle spalle, ma un senso di malinconia si insinua leggero. Il caldo arriva veloce e l’euforia che si porta appresso bisogna saperla gestire.

Nel dubbio se tuffarmi o meno nell’ennesima adolescenza estiva, il primo disco degli Holy Now mi viene in aiuto.

Uscito a fine Aprile, Think I Need The Light è un racconto in otto tracce che inizia e si conclude comunque con la fine di una relazione. Nel mezzo c’è tutto il resto, un po’ come l’Estate.

Dopo due EP per la Lazy Octopus Records, questa giovane band svedese ha prodotto un disco più maturo, che conserva la spontaneità giovanile ma la organizza in un pensiero più strutturato. Un chiaro e piacevole guitar- pop, scintillante ed euforico ma che mantiene un’affilata nota nostalgica.

Toronto, che apre il disco, svela il sipario su uno scenario fatto di impeto e fuga, di spinte e arresti improvvisi, di incomprensioni e incapacità. E lo fa con quell’assolutismo che solo l’incoscienza giovanile contempla. Lo fa con una voce eterea sostenuta e contrastata dal ritmo andante della band, un’incantevole chitarra, melodie semplici e
mai banali.

Un indie pop delicato, tenero, a volte lamentoso ma potente al momento giusto. Questo è il disco degli Holy Now. Ti odio e un po’ sorrido mentre mi scosto la frangetta dagli occhi.

Dimentichiamocelo e andiamo avanti, sembrano suggerire con il brano seguente, Feel it all. C’è da vivere, da provare, non si rinuncia alle possibilità del sentire. Non è questa la stagione dell’amore (cit.)? Degli avvicinamenti, delle scoperte, delle illuminazioni?
Tra quarter-life crisis, amicizie, nuovi amori e nuovi distacchi il giovane quartetto di Götheborg non se la cava niente male a mettere insieme ballate originali e un suono dream pop che evoca quegli anni a cavallo tra gli ’80 e i ’90.

Tainted Heart ne è un buon esempio ed è la traccia che me li ha fatti scoprire: si avvicina morbida, con la malinconia rassicurante di una fine ormai superata, ma si trasforma senza accorgersene in un cumulo di rabbia raffinata che esplode sul finale. Quel genere di canzone dolce/amara che potrei ascoltare in loop per ore, e sempre con la stessa intenzione e intensità.

Anche Pearl, la canzone che contiene il verso che da il titolo all’album, è quel genere di canzone, dà soddisfazione già dal primo ascolto, mantiene alta l’attenzione fino a quando la voce celestiale e l’accompagnamento delicato si uniscono in un energico coro, un invito alla cura di sè e degli altri, delle proprie urgenze e della luminosità che possono regalare se trattate con cura.

Un’ultima ballata a chiudere il disco, Say It Again, è un sospiro profondo che mette il punto a un breve e intenso racconto, in cui tutto è compresso e spinge e alla fine si placa. Un po’ come l’Estate, appunto.

Così, mentre il sole tramonta e bevo la mia meritata birra all’aperto mi convinco che sì, posso scansare la frangetta dagli occhi e godermi questo inizio di stagione pienamente.

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