Paul Smith – Diagrams

Francesco Giordani per TRISTE©

Vorrei parlarvi del nuovo disco di Paul Smith.

Ma prima permettetemi di ricordare Nicholas John Talbot, aka Gravenhurst, il geniale compositore (ma anche giornalista ed epistemologo) bristoliano che esattamente quattro anni fa ci lasciava, appena trentasettenne, in circostanze tutt’oggi non chiarite.

Vidi Talbot dal vivo per la prima (e per me anche ultima) volta nel Novembre del 2010, in apertura proprio del compagno di etichetta Paul Smith. Ricordo quel concerto perché a sentire Talbot eravamo non più di otto persone contate ma soprattutto perché fu in quell’occasione che, per la prima volta nella mia vita, guidai fino a Roma – spinto un po’ a forza dall’ostinata benevolenza di un amico, che oggi ringrazio, ad affrontare ed infine sconfiggere una delle mie ataviche paure.

A tutto questo ho pensato ascoltando Diagrams di Paul Smith: alla paura e alle molte forme che essa può assumere, la paura di non farcela, ad esempio, ma anche la paura di invecchiare, di passare di moda, di non capire, di diventare invisibile.

La paura di rimanere quando tutti gli altri se ne vanno. Lo stesso Smith deve saperne qualcosa se solo quindici anni fa aveva in tasca, con i suoi Maximo Park, un contratto Warp nonché due dischi al numero uno della hit parade albionica. Oggi, il suo album (quarto solista) esce per la sua etichetta personale e, notizia di qualche settimana fa, agguanta il ventinovesimo posto della indie chart britannica.

Ma, al di là di questo, il songwriter di Stockton-On-Tees sembra essere ancora un tipo tenace, dritto, uno spirito nordico sinceramente appassionato e, cosa che più conta, ispirato. Le nuove canzoni sono infatti fresche, frizzantissime, movimentate, guizzanti, intimiste, anche romantiche, del tutto in linea con il precedente Contradictions. “Indie” in quintessenza, nel loro scapigliato interrogarsi da qualche parte fra The Go-Betweens (vecchia passione del Nostro), Feelies, R.E.M. periodo I.R.S., Sleater-Kinney, Teenage Fanclub.

The Public Eye sorprende grazie ad una smagliante coda di sassofono. Gli fanno eco altri buonissimi pezzi come Around and Araound, John, Syrian Plaines, Head for Figures e Silver Rabbit, nei quali un certo ombroso angst da post-Brexit si stempera in melodie aguzze, ficcanti. Smith, da buon fotografo e scrittore (Thinking In Pictures è del resto il titolo di un suo libro di polaroid) guarda il mondo e ne restituisce frammenti sparsi grazie ad una scrittura spiccatamente letteraria, immaginifica, che accende visioni e lascia vibrare le parole nel fuoco del loro significato.

Ricordo che subito dopo il concerto (bellissimo), riuscii ad intercettare Paul Smith nei pressi del Tour Van. Parlammo principalmente di calcio e di Fabrizio Ravanelli, ex gloria dell’amato Middlesbrough (ma per un paio d’anni anche tra le fila della Lazio, per la gioia di chi scrive). Mentre ci si intratteneva affabilmente, con la coda dell’occhio notai il solitario John Talbot che entrava nel pulman, senza parlare.

La sua camicia a quadri e i jeans scampanati sono l’ultimo ricordo che ho di lui. Ascoltando il verso ““what if the first chance is the last chance tonight?” di John (no, non è lui, si tratta di un nome misterioso che Smith ha notato fra altri scarabocchi sulla porta di un bagno) non ho potuto fare a meno di tornare a quella visione, sfiorato da un brivido sottile.

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