Jarv Is… – Beyond The Pale

jarv is

Francesco Amoroso per TRISTE©

Uno dei più vividi ricordi della mia lunga militanza come spettatore di concerti risale, oramai, a quasi venti anni fa esatti.
Era la prima estate del nuovo millennio e mi ero recato in Inghilterra per assistere al festiva di Reading, che, quell’anno annoverava tra gli headliners gli Oasis, gli Sterophonics e i Pulp.

La band di Jarvis Cocker era già nella fase calante della sua fama, raggiunta nel 1994 (a livello più locale) con “His’n’Hers” e, a livello globale, inaspettato e impressionante, nel 1995 con “Different Class”.
Dopo una performance di Beck, notevole ma non troppo coinvolgente (e dopo che, la sera precedente, avevo assistito, da distanza siderale, a un concerto degli Oasis che si era rivelato un vero e proprio anticlimax e molto vicino a una delusione), nell’oscurità e circondato da anglosassoni che sembravano non particolarmente eccitati all’idea di seguire il concerto di una band che era stata rilevante oramai troppo tempo prima, rimasi abbagliato da un faro viola e da Jarvis Cocker, alto, dinoccolato, carismatico, vagamente nerdy che, con una camicia altrettanto viola, si muoveva sul palco con misurata eleganza e monopolizzava la mia attenzione (e quella degli altri spettatori) con gesti ipnotici e studiati.

Bastò la prima canzone, “Common People” (una sorta di vero e proprio inno del miglior Britpop), per convincere gli astanti che, a prescindere dalle mode del momento, Jarvis e i suoi Pulp erano ancora enormemente rilevanti e lo sarebbero stati per sempre.

La storia ci racconta, invece, che dopo “We Love Life”, dell’anno successivo (album ancora una volta notevolissimo, ma accolto molto tiepidamente),  la band si sciolse (per poi tornare dieci anni dopo, solo dal vivo, proprio a Reading, in una reunion che ne confermò la classe, il talento e la straordinaria resa live) e Jarvis Cocker, vera e propria icona degli anni novanta, artista straordinario, che riusciva a essere intellettuale e popolare, che univa alto e basso, pop e sperimentazione, distacco e passionalità, prese seriamente in considerazione l’idea di lasciare la musica.

Per fortuna, complice Nancy Sinatra, che lo chiamò per scriverle qualche brano (gran fiuto la nostra Nancy che in quegli anni aveva magnificamente coverizzato “Let Me Kiss You” di Morrissey), Jarvis è tornato sulle scene nel 2006 con un album solista omonimo che, non lontano dalle sonorità dell’era Britpop, non ha però reso completa giustizia all’immenso talento del nostro.
Nel 2009 “Further Complications”, prodotto da Steve Albini, lo ha portato invece in territori meno usuali ma, pur confermandone l’incredibile capacità di narrare storie di dissolutezza e lascivia, ancora una volta non ha centrato del tutto il bersaglio.

Dopo il trionfale tour di reunion con i Pulp, la conduzione di alcune trasmissioni radiofoniche della BBC e, nel 2017, un lavoro collaborativo (“Room 29”) con Chilly Gonzalez, nel quale Cocker canta su scarni arrangiamenti di pianoforte, è arrivato, finalmente JARV IS…, il nuovo progetto musicale del nostro.

Quando la nuova band ha preso forma, sembrava che fosse destinata a rimanere solo un’esperienza live: l’idea iniziale era quella di elaborare e far evolvere le canzoni dal vivo e presentarle durante i concerti.
Alla fine, però, il progetto ha sfornato un album. E che album.

“Beyond The Pale”, anticipato dalla torrenziale “Must I Evolve?”, rappresenta una vera e propria summa della carriera artistica di Jarvis. Con la collaborazione di Serafina Steer (arpa, tastiere, voce), Emma Smith (violino, chitarra, voce), Andrew McKinney (basso), Jason Buckle (synth, elettronica) e Adam Betts (batteria), infatti, l’istrionico artista di Sheffield non solo dimostra ancora una volta la sua capacità di scrivere brani dall’impatto immediato e di enorme attitudine melodica, ma rispolvera e attualizza le sonorità che hanno caratterizzato la prima parte della carriera della sua band di origine, tra tastiere new wave, ritmiche danzabili, atmosfere cupe e claustrofobiche e testi pieni di verve e ironia.

Tutto “Beyond The Pale” è costruito su registrazioni dal vivo rielaborate ed arricchite in studio e lo sviluppo sonoro delle composizioni riscontra tale modalità: i sette lunghi brani crescono, aumentano di intensità e si fanno, nota dopo nota, più articolati e coinvolgenti. Non saranno le hit immediate di His’n’Hers o Different Class, ma le canzoni di Beyond The Pale, ci regalano un Jarvis attualissimo, ispirato e ancora in grandissima forma, la cui voce è, se possibile, addirittura migliorata.

“Must I Evolve?” è un trip psichedelico mutevole e coinvolgente, “House Music All Night Long” riprende tematiche e sonorità della musica dance – influenza importantissima per l’evoluzione stilistica dei Pulp – “Save The Whale”, con le atmosfere cupe e la voce profondissima di Jarvis, sembra un brano del miglior Leonard Cohen degli anni ottanta, “Am I Missing Something” inizia in maniera caotica e poi colpisce nel segno con il suo indimenticabile ritornello, “Sometimes I Am Pharoah” è lenta e catartica e si avvicina al climax, senza mai davvero raggiungerlo.

”Beyond The Pale” è un album pieno di suoni, di idee, di storie ed è un’opera in continua evoluzione. A ogni successivo ascolto le sette canzoni che lo compongono suonano mutevoli e inafferrabili, eppure si piantano nel cervello e difficilmente se ne andranno. Ci si può perdere in questa musica che va in mille direzioni, che pesca dappertutto, che si impenna e poi scompare sotto terra.

A fare da collante ci sono i testi di Cocker, impegnativi e ambiziosi come sempre, che coniugano l’alto e il basso, domande esistenziali (“Must I Evolve?”) e immagini di rave parties debosciati e drogati, rime ciniche (“the days of VHS and casual sex.”) e profonde riflessioni sul senso della vita (“Some still scoring cocaine/ Some laid up with back pain/ Ain’t it sad when your dreams outlast you?/ The things you do to make life go faster/ Working on a ringtone/ Working on a masterplan.”), osservazioni apparentemente banali (“I watch you when you’re eating fried food in front of famous buildings.”) e acute considerazioni sull’umanità (“I sat next to a woman who asked if God was like a camera that automatically took a/ Picture if you sinned or were a sinner/ She took a photo of the altar although she knew it was forbidden/ Now she was frightened of damnation/ I said ‘Why don’t you repent then?’/ And then she started crying.”).

Menzione a parte merita “House Music All Night Long”, canzone che, come una Cassandra, ha predetto la quarantena e il lockdown, ma che nasce dall’acuta sensibilità di Jarvis che, da tempo, sta registrando la fine di un’epoca, la spossatezza con la quale si combatte la vecchiaia e la nostalgia di un’età che non tornerà.

Jarvis è un artista di immenso talento ma, prima di tutto, è un uomo colto e intelligente, che riesce nitidamente a vedere il proprio declino, a riflettere sulle proprie esperienze di vita e a trarre da queste un insegnamento universale (“I am breathing/ I am dancing/ I am a product of all my ancestors both living and dead/ I have created an all-seeing, all-knowing, all-powerful entity/ Who does not care about me one bit/ No, not one bit.”).

Nel farlo, come ha sempre fatto, riesce a strappare una risata amara che, seppure non impedirà al mondo di andare definitivamente in malora, almeno ci aiuterà a prenderla con filosofia e ci accompagnerà all’uscita con classe e un vago sorriso sulle labbra.

JARV IS… back!

 

 

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