Indigo Sparke – Echo

Francesco Amoroso  per TRISTE©

Oggi non avremmo dovuto pubblicare e condividere questa recensione, ma quella di un altro album molto atteso, scritta da Carlotta, che ama il genere e riesce, sempre, a trasmettere, attraverso i suoi scritti, la passione per la musica e, soprattutto, i suoi sentimenti (e, da queste parti, il legame tra la musica e i sentimenti e le sensazioni che la musica ci suscita sono di gran lunga più importanti della fredda disamina dei contenuti di un prodotto artistico).

Ieri, in serata, tuttavia, Carlotta mi ha comunicato che non sarebbe riuscita a consegnare in tempo, per motivi personali (validi e comprensibilissimi). Mi diceva: “non sono stata in grado di scrivere di qualcosa di “positivo”. Non so nemmeno spiegarti quanto poco mi andasse di parlare di musica“.

Ho immediatamente compreso il suo stato d’animo, ma l’affermazione mi ha fatto riflettere: come mai, mi sono chiesto, ascoltiamo spesso musica nata e scritta per tirare fuori, come una sorta di catarsi, i sentimenti negativi, le frustrazioni, l’oscurità che profondamente alberga nelle menti e nelle anime degli artisti, eppure, quando si tratta di parlarne e di scriverne, sentiamo il bisogno di essere di buon umore, di avere un atteggiamento positivo e di raccontare soprattutto quanto la musica che amiamo, benché cupa, nervosa, depressa, a volte arrabbiata, riesca a infondere in noi sentimenti nobili e alti e a spingerci verso la felicità, per quanto fugace?

Non ho, come sempre accade, alcuna risposta. E mi dispiace.
Ma ho un album, di cui aspettavo con ansia l’uscita ufficiale per poterne finalmente parlare, che mi sembra perfetto per indagare, anche se in maniera indiretta, su questa domanda esistenziale (per quanto probabilmente trascurabile).

Lei si chiama Indigo Sparke e, figlia di musicisti, deve il suo nome all’immortale composizione “Mood Indigo” di Duke Ellington.
E’ australiana e aveva fatto uscire, fino a oggi, solo pochi brani su bandcamp. Poi “The Day I Drove The Car Around The Block“, un paio di anni fa, accompagnata da un video suggestivo e sensuale, aveva fatto accendere i radar su di lei.

“Echo” è il suo album d’esordio, uscito per l’etichetta Sacred Bones e co-prodotto da Adrianne Lenker e Andrew Sarlo (produttore già all’opera con Big Thief, Bon Iver e Courtney Marie Andrews). E’ un lavoro profondamente intimo e suggestivo ed è presentato, in maniera alquanto laconica, così: “Indigo Sparke debut album ‘Echo’ co produced by Adrianne Lenker, is a deep and intimate ode to death, decay and the restless feeling of wanting to belong to something greater“.
Per quanto la presentazione suoni alquanto altisonante e vagamente inquietante, nessuna delle affermazioni in essa contenute è falsa.

Nelle undici canzoni che lo compongono, infatti, l’artista australiana riesce davvero, in maniera straordinariamente equilibrata (e matura) a fondere gli estremi, unendo il quotidiano al sublime, abbracciando in un unico caldo viluppo la vita e la morte, regalandoci, anche nel breve volgere della stessa canzone, sprazzi di luce e abissi di oscurità.
In un panorama musicale che presenta innumerevoli progetti simili, quello di Sparke sarebbe potuto essere l’ennesimo esordio dimesso di una giovane cantautrice (magari un po’ più dotata – e più avvenente – della media).
E, invece, la sua scrittura disadorna eppure efficacissima e la voce melodiosa e naturale, da soprano leggero – per quanto non manchino passaggi puramente parlati – cristallina e piena di riverbero e malinconia, spiccano in maniera sorprendente.

In “Echo” sembra che sia contenuta l’essenza stessa di Indigo. Un lavoro caldo e intenso, doloroso e, in alcuni frangenti, decisamente commovente.
Così come già accade con le composizioni della sua co-produttrice Adrianne Lenker, nelle canzoni di Sparke si percepisce il pathos, la sincerità, la voglia di comunicare senza che siano necessari trucchi di studio o trovate particolarmente originali.
Anzi è proprio la produzione, volutamente ariosa e spartana (“Adrianne and I talked so much about keeping the record stripped back and simple. We are all just constantly getting stripped back and humbled by life“.), a permettere alle canzoni di Indigo Sparke di emergere, alle sue parole di essere ascoltate, alle note di prendersi gli spazi che sono loro necessari. 

L’iniziale “Colorblind” è fatta di accordi elettrici e di una melodia semplice e sbalorditiva e rimanda subito alla mente i Mazzy Star di Hope Sandoval e David Roback (“There’s a knowing in your eyes … there’s a truth behind my lies“), “Undone” è una carezza acustica, una confessione, fatta a lume di candela (“Demons have their ways, the games they play / Desert’s got my psyche, these bruises on my arms / God I feel like hell today“).
“Carnival” è un semplice valzer che si apre con una domanda: “Have you reached your capacity?” e che dimostra tutta la incredibile duttilità di una voce all’apparenza “normale”, mentre la parlata “Dog Bark Echo”, piccolo saggio di minimalismo rilucente e struggente, è una sorta di reminiscenza tra sonno e veglia, che lascia in bocca un sapore amarognolo.

“Golden Age”, invece, è più aperta e solare e contiene un verso che riesce a trasmettere molto di più del suo significato palese: “I need a place to stay / Can I wake up on your floor on my birthday?”, “Baby”, probabilmente il vertice dell’album, è un racconto allo stesso tempo cullante e sinistro, con una piccola sfumatura di synth che conferisce brio all’andamento del brano. La voce di Indigo è emozionante, persa tra echi e risonanze, cruda, penetrante.
Si chiude con “Everything Everything” (il primo singolo ad anticipare l’album), pure perfetta nella semplicità dei sui giri di chitarra che accompagnano una ninna nanna soave e vagamente inquietante, con l’eco di un pianoforte lontano e quelle parole che chiosano: “Everything, everything, everything, everything … everything is dying“.

Che sia accompagnata dalla chitarra acustica o, più raramente, da una chitarra elettrica nervosa e scarna, Indigo non si nasconde, racconta esplicitamente la propria esperienza di vita: l’omosessualità, la dipendenza e la guarigione, l’inadeguatezza, il disagio, gli amori finiti male, ma anche la speranza e la gioia. L’australiana apre uno squarcio sulle proprie tribolazioni, dà libero sfogo alle proprie frustrazioni e racconta la realtà con cui tutti devono fare i conti e lo fa con una purezza che lascia a bocca aperta.
Ciò facendo ci permette di arrivare alla consapevolezza della natura effimera della condizione umana, della nostra fallacia e caducità, ci mette di fronte alla crudezza della realtà, senza però pretendere che il confortante velo dell’illusione debba per forza cadere del tutto.

“Echo” non è probabilmente l’album che mi permetterà di capire perché per parlare e scrivere di musica occorra essere sereni (o trovare, almeno, un istante di serenità), ma è certo un lavoro che dimostra come anche la composizione più introversa e malinconica possa riuscire a regalare a chi ascolta, sprazzi di luce, sollievo e bellezza.

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