Kiwi Jr. – Cooler Returns

Francesco Amoroso  per TRISTE©

TRISTE©, così come migliaia di altri blog e webzine, era nato qualche anno fa (quest’anno festeggerà il nono compleanno) perché due appassionati avevano la voglia e la necessità di scrivere e raccontare della loro musica del cuore, quella che, troppo spesso, sfuggiva alle riviste (cartacee e on-line) specializzate, focalizzate soprattutto nella ricerca della next big thing o nell’osannare band e artisti già affermatissimi.

Con il tempo anche TRISTE© è cresciuta (al femminile, se possiamo considerarla una webzine) e si è trasformato (se, invece, continuiamo a guardarlo come un blog) e, sempre più spesso, su queste pagine virtuali, si parla di (o, meglio, si prova a raccontare il nostro rapporto con) nomi consolidati e album importanti.
E, tuttavia, nonostante qualche domanda ce la si faccia sempre, sentiamo di non aver tradito, in alcun modo, l’idea iniziale.
Poi arrivano i Kiwi Jr. e quelle domande diventano subito oziose.

Sì, perché una band come quella dei canadesi (il nome e le sonorità potrebbero far pensare che la band sia neozelandese, ma Jeremy Gaudet e soci arrivano dall’Ontario) fa esattamente il tipo di musica di cui TRISTE© si occupa da quando è nata, eppure è oramai, con il proprio secondo album, “Cooler Returns”, sulle pagine di ogni rivista musicale “di girdo”, da Rolling Stone a Pitchfork.

Naturalmente questo improvviso interesse per una band che si “limita” a scrivere canzoni irresistibili che si disimpegnano agili tra jangle rock e punk pop è dovuto in gran parte al fatto che i canadesi hanno firmato per la Sub Pop.
Ma l’approdo dei Kiwi Jr. a quella che è probabilmente ad oggi la più importante etichetta indipendente del mondo (se ha ancora un senso parlare di indipendenza, e anche un po’ di etichette discografiche…) è stato meritatissimo e guadagnato con anni di quella che una volta si definiva gavetta.

Sì, perché, fino a poco tempo fa, i Kiwi Jr. da Toronto erano solo una delle tantissime band che si dibatteva tra concerti con poche decine di spettatori e uscite autoprodotte su cassetta e solo il loro esordio, il brillantissimo Football Money (finito inevitabilmente nel mio riepilogo di fine anno per il 2019), pubblicato per la piccola ma ambiziosa Mint Records, li aveva fatti emergere da quel calderone così pieno di idee e musica interessante, ma purtroppo, spesso destinata all’oblio.
E’ stato, poi, solo grazie alla forza delle loro canzoni se, insieme a tanti attenti osservatori della scena underground, la Sub Pop si è accorta del “potenziale” della band.

Il passaggio alla Sub Pop e una pressione decisamente maggiore, tuttavia, non hanno in alcun modo modificato l’attitudine sghemba, scanzonata e un po’ sgangherata del quartetto di Toronto (che comprende anche il bassista degli Alvvays, altra band piuttosto amata da queste parti).
Le cose migliori di “Cooler Returns”, infatti, sono ancora i riff jangle rock e gli irresistibili ganci melodici di canzoni immediate e sbarazzine come “Maid Marian’s Toast”, “Cooler Returns”, “Guilty Party” o “Domino”, che rappresentano al meglio ciò che i Kiwi Jr. sono e sono sempre stati.
Sono brani le cui sonorità non si allontanano affatto da “Football Money”, ma che aggiungono, all’impeto dell’esordio, passaggi sottilmente più elaborati e particolari accorgimenti sonori che permettono alla band di rendere la propria proposta sonora più articolata ed eccitante.

I ritmi sono sempre accelerati ed esuberanti e sembra sempre di trovarsi a un party universitario scatenato, ma capita spesso che le chitarre elettriche siano sostituite da quelle acustiche o che un organo accompagni la melodia, e tale accresciuta sicurezza, anche compositiva, è evidente in canzoni quali “Tyler”, “Nashville Wedding” o “Norma Jean’s Jacket”, nelle quali sembra quasi di udire l’eco del Dunedin Sound (e chissà se non è il nome della band a suggestionarmi un po’) e chiare reminiscenze del folk dei sixties.
Ma forse la traccia che più di ogni altra dimostra come i Kiwi Jr. siano stati in grado di sviluppare le loro sonorità senza snaturarsi è “Only Here For A Haircut”, canzone che, sin dal titolo, omaggia i Pavement, eppure, proprio nel brano che più di ogni altro sull’album richiama i numi tutelari dei canadesi, risulta evidente come non solo il loro songwriting sia più sicuro e maturo, ma anche gli arrangiamenti, con l’uso massiccio del piano e dell’armonica, siano più accurati e, in qualche modo, ambiziosi.

I testi di Gaudet, sempre umoristici e a tratti fortemente sarcastici e sopra le righe, poi, donano anche spessore a quella che, superficialmente, potrebbe passare per pura musica di intrattenimento. Che si tratti di commenti sardonici sulla scena musicale in “Undecided Voters” (“I take photos of your photos and they really move people”) e nella title-track (“I am not American but I feel the beat sometimes”), di ammiccamenti pieni di nonsense agli ascoltatori (“I wanna hold the minister’s hand / strangle the jangle pop band”) in “Nashville Wedding”, o di dirette prese in giro del ritrovato amore per la vita in campagna dei tycoon della Silicon Valley nella quasi punk “Highlights of 100 ” (“I got plans to build my house, a great big house out in the country, 16 terabytes of land with asterisk and ampersand.”) la narrazione di Gaudet è sempre brillante, divertente, piena di scintille e stimoli verbali.

Se “Cooler Returns” non è l’album che regalerà ai Kiwi Jr. la definitiva consacrazione (e, probabilmente, qualcuno degli estimatori della prima ora potrà trovarlo meno fresco e immediato del suo predecessore), certamente è un chiaro indizio della direzione che la band potrà prendere in futuro.

E noi di TRISTE©, si spera, saremo lì per raccontarlo.

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