Arab Strap – As Days Get Dark

Francesco Amoroso  per TRISTE©

A me la storia che il rock sia solo o soprattutto trasgressione non mi ha mai convinto del tutto.
Che sia nato come una musica che scompaginava la pace dei benpensanti e dei borghesi legati a valori stantii e (soprattutto) posticci non ci piove.
Ma se fosse rimasto solo questo, probabilmente non avrebbe torto chi, da decenni, va blaterando che il Rock (inteso come movimento artistico trasgressivo, come volontà e necessità di “Épater la bourgeoisie“) sia da tempo morto e sepolto.

Vestirsi di piume di struzzo, portare i capelli lunghi, cantare ricoperto di paillettes o distorcere un paio di chitarre e dire qualche parolaccia sono ormai diventati atteggiamenti così conformisti che solo qualche ottuagenario o qualche ragazzino imberbe (e alquanto represso) potrebbero considerarli trasgressivi.

Tuttavia la musica alternativa (alternativa a cosa poi?) continua a contenere, almeno nelle sue espressioni più valide, uno spirito dirompente, la capacità di affrontare argomenti spesso scabrosi senza peli sulla lingua, il coraggio di raccontare la vita così come è, senza doverla necessariamente edulcorare e rendere accettabile.

Se qualcuno, dopo la solita inutile e tediosa introduzione iniziale, stesse pensando che io volessi parlare dell’ultimo Festival della Canzone Italiana, potrei capirlo. In realtà volevo solo dire un paio di cose sul ritorno degli Arab Strap. Innanzitutto che il settimo album di Aidan Moffat e Malcolm Middleton, il primo da “The Last Romance” del 2005, è un ritorno entusiasmante nelle cui undici canzoni agli ingredienti che avevano reso i due scozzesi una delle realtà più imprescindibili del panorama “indipendente” a cavallo tra gli anni novanta e i duemila, si aggiungono ulteriori elementi sonori che restituiscono una band ancora più eccitante e unica.

I don’t give a fuck about the past, our glory days gone by“, dice Aidan Moffat nel primo verso dell’album, confermando in modo chiarissimo come il loro piglio sia rimasto intatto e che gli Arab Strap sarebbero ritornati solo se avessero avuto davvero qualcosa di nuovo da dire, lo credevamo in tanti.
“The Turning of Our Bones”, il primo brano reso disponibile e quello che apre la scaletta di “As Days Get Dark” è una grandissima conferma in questo senso, con la sua atmosfera minacciosa costruita su archi, sassofono, synth e batteria martellante, e su un testo inquietante e sarcastico.
Sarà un caso (praticamente tutto l’album è stato scritto prima della pandemia) ma gli Arab Strap suonano più attuali che mai, la colonna sonora perfetta (e senza edulcoranti di sorta) del lockdown, della pandemia, dell’isolamento e della depressione che ne è inevitabilmente conseguita. Del resto, come dice lo stesso Aidan, capita spesso che delusioni e tristezza siano il tema delle canzoni della band e, forse, sembra solo che suonino più universali adesso.
Ora che sono tornati, così, ci rendiamo conto di quanto i nostri compagni di bevute e di ubriacature tristi ci mancassero.

“As Days Get Dark” è, come si diceva, in gran parte fedele al progetto sonoro che ha fatto la fortuna degli Arab Strap e che ci ha regalato tante soddisfazioni: anche se non mancano passaggi quasi jazzati come in “Kebabylon”, chitarre quasi classic rock in “Tears On Tour”, ritmiche conturbanti su “Fable of the Urban Fox”, sassofoni stridenti e profluvi di violini, è sempre l’inebriante e non catalogabile miscela di post-rock e post -punk fatta di ritmiche sincopate e martellanti e di chitarre taglienti a rimane l’ossatura di ogni brano.
E poi c’è Aidan Moffat che conserva la propria inconfondibile voce ma, col tempo, ha affinato le proprie capacità di crooner senza per questo perdere il suo burbero fascino.
Il suo sprechgesang è ancora più oscuro, ancora più profondo e viscerale e, al contempo le parole suonano più intellegibili e le melodie più immediate.

Le storie che popolano le sue canzoni sono storie di ordinaria disperazione e oscurità, “ma raccontate in modo divertente“, come sostiene lo stesso Aidan.
I ritratti vividi e spesso lividi che Aidan Moffat dipinge della società che lo circonda, con l’arguzia romantica e feroce che lo contraddistingue, sono più centrati e attuali che mai, così come è un balsamo la sua capacità di affrontarli con una risata cupa ma mai cinica: spaccati di vita banale e quotidiana, momenti di sconforto, ordinarie pene d’amore, tutte affrontate con un registro di enorme empatia che rifugge con tutte le proprie forze la tragedia e il nichilismo.

Si succedono così racconti perfettamente compiuti di strane perversioni sessuali (Compersion n.1), di amori sensuali e inquietanti che superano la vita (The Turning Of Our Bones), ballate romanticissime e altrettanto squallide che affrontano con coraggio e profonda immedesimazione la dicotomia tra la desolazione del sesso mercificato e la passione amorosa (Another Clockwork Day), storie esilaranti e squallide di improbabili traditori seriali (I Was Once a Weak Man), idee per una versione triste della stand up comedy (la straordinaria “Tears On Tour”) e asciutti e centrati commenti a sfondo sociale (Kebabylon, Fables Of The Urban Fox).

Brani straordinari e lirici, patetici e romantici che confermano Moffat come artista dalle incredibili doti narrative e scrittore a pieno titolo, e Middleton come musicista carismatico e originalissimo.

Un lavoro imprescindibile di pura poesia urbana e di cruda e straziante bellezza.
Una band che ci conferma (loro sì) che se nel “rock” cerchiamo nuda verità, un atteggiamento coraggioso e un po’ di conforto, soprattutto quando i giorni si fanno più bui, allora questo obsoleto (?) genere musicale è davvero lungi dall’essere morto.

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