Squid – Bright Green Field

Francesco Giordani per TRISTE©

Da giorni guardo e riguardo su YouTube il video di No Pressure dei Field Music – tra l’altro: recuperate il loro ultimo Flat White Moon, ne resterete incantati, garantito.
Un poco meno che magistrale scherzo, in bilico fra geniale parodia di tutti quei tutorial bricolagistici di cui da tempo straborda l’etere telematico e una spiritosissima dichiarazione (auto)performativa di poetica in forma di manuale d’assemblaggio: la canzone dei Field Music che “si spiega” da sola, per così dire…

Certo, fa sorridere, eppure qualche idea nel cervello mi balena velocissima, mentre ragiono tra me e me sull’arte “oulipiana” di una musica tutta cerebrale, rigorosamente “costruita” e ricombinata a tavolino sulla base di regole tanto arbitrarie quanto bislacche che la mano del demiurgo si autoimpone di rispettare. Musica che assai spesso, e contro ogni aspettativa, si rivela più imprevedibile, immaginifica e delirante della disarmata monotonia di tante creazioni che puntano tutto o quasi sulla nuda immediatezza dell’espressione, sul come viene viene purché nasca spontaneo e così via. Del resto la bellicosa discordia fra cuore e cervello è un falso problema, più mito che realtà: solo il concorso di entrambi (o meglio: il reciproco inesorabile eclissarsi del primo nel secondo e viceversa) genera bellezza duratura e autentica visione.

Sembrano considerazioni oziose di un ozioso (e di certo lo sono) eppure esse mi fanno gioco nell’approcciarmi al lanciatissimo esordio degli Squid, che di cervello e di cuore (inteso anche come muscolo pompante) nelle loro composizioni ne mettono in gran quantità e uguale misura, senza risparmiarsi. Anzi, dovessi racchiudere in una formula l’arte di questo singolare quintetto di Brighton (ma londinese d’azione) direi: disordine controllato. O anche: disordine risolto. Lo si evince osservando le ardite renderizzazioni 3D del loro chilometrico singolo Narrator, ma più in generale prestando orecchio al virtuosistico remake/remodel che informa (e deforma) tutto l’album, all’insegna di un math-rock quadrangolare dall’andazzo spiccatamente proghettaro (con tanto di archi e fiati) ma non per questo accademico, tutt’altro.

I 55 minuti scarsi di Bright Green Field si lasciano infatti scompaginare dal tourbillon ferocemente decostruzionista di elucubrazioni sonore tanto cervellotiche quanto vaneggianti. Partendo da King Crimson, Van Der Graaf, This Heat, Can e Wire (fonte elettiva), gli Inglesi si spingono, di permutazione in permutazione, fino all’attualità dissonante dei primissimi Foals (band da rivalutare) o, meglio ancora, dei concittadini Black Midi. Non per niente a produrli è quel Dan Carey che, oltre ai citati Black Midi, ha già messo le mani con successo su Fontaines D.C. e Goat Girl. Non per niente a pubblicarli è quella Warp che, è noto, quando sconfina oltre i reami prediletti dell’ambient e dell’IDM è per andarsi a prendere gruppi “rock” solo sulla carta (Grizzly Bear, !!!, ma soprattutto, in questo caso, Battles).

Terzo vertice di un ideale triangolo avant-pop che i neo post-rockers Black Country, New Road e i falleggianti Dry Cleaning hanno tracciato in questo 2021 sul suolo britannico (ma già scalpitano e schiumano nell’ombra nuovi cuccioli come Yard Act e The Lounge Society), gli Squid edificano il loro piccolo minaccioso monumento al rock “totale”, alternando maniacale tatticismo e ricerca spasmodica dell’imprevisto. E se la sintesi non sempre è perfetta, suggestivo rimane il panorama che fa da sfondo alle allucinate imprese dei cinque, piacevolmente futuribile e apocalittico.

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