The Lounge Society – Silk For The Starving

Francesco Amoroso  per TRISTE©

Ricordate in che periodo Margaret Thatcher è stata primo ministro inglese?
Dal 1979 al 1990. Prima di lei era stato in carica James Callaghan, leader labourista è vero, ma responsabile del famoso inverno del malcontento.
Insomma nell’ultima parte degli anni 70 e fino alla fine dei 90 (dopo la Lady di Ferro, per sette anni è stato in carica il primo ministro John Major) la Gran Bretagna ha attraversato uno dei periodi più difficili e conflittuali della propria storia recente.

Che cosa ha a che fare tutto questo con la musica, argomento di cui, di solito, si parla su queste “pagine”? Pensateci.
Il periodo dalla fine degli anni 70 alla fine dei 90 è stato per la Gran Bretagna uno dei momenti di maggiore creatività musicale e di maggiore coinvolgimento dei musicisti nella società e nella politica. Non è un caso che la nascente scena Punk sia esplosa proprio allora.
La creatività è spesso una reazione a un periodo di crisi, la rabbia sfocia nella violenza, ma, spesso, anche nell’arte.
Inutile elencare i nomi delle band che hanno calcato le scene in quel periodo, così oscuro per la società inglese eppure così prolifico e fondamentale per la musica.

Un vecchio adagio sostiene che “la storia si ripete” (sperando che la precisazione di Karl Marx si riveli, almeno stavolta, sbagliata: “La storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa”) e, così, in un altro passaggio estremamente difficile per la perfida Albione, tra recessione, Brexit, pandemia e quella sciagura bionda e arruffata che occupa il numero 10 di Downing Street (opinione strettamente personale che non riflette in alcun modo le convinzioni della testata, n.d.r.), la musica inglese, in particolare quella prettamente “chitarristica” sta rivivendo, dopo un periodo di crisi profonda, una sorta di rinascita. I nomi di Squid, Black Country, New Road, Black Midi, Fontaines D.C., Idles, sono sono la punta dell’iceberg, le tracce più evidenti di una nuova vitalità, una generazione di giovani anglosassoni (e celti… ) che ha deciso di imbracciare nuovamente le chitarre per esprimersi e dare sfogo alle proprie frustrazioni e alala propria creatività.

Che lo si chiami post-punk (si è fatto da più parti notare come il post-punk sia già quello degli anni ottanta e che questa nuova ondata si dovrebbe correttamente appellare “new post-punk, o semplicemente “nuovo rock britannico”) o meno, è certo che tutte queste band, e tante altre ancora, si rifanno direttamente, sia come stile musicale che come approccio alla materia sonora e ai testi, agli alfieri del suono degli anni ’80, prediligendo, di volta in volta, le cupe sonorità dei Joy Division, le ritmiche forsennate dei Gang Of Four, i testi barricaderi dei Clash o la iconosclastia dei Fall.

Tra le tante band degne di attenzione spicca, anche se non è ancora giunto all’esordio sulla lunga distanza, un quartetto che viene da Hebden Bridge e Todmorden, cittadine sperdute nel profondo dei Pennine, nella Calder Valley del West Yorkshire. Pare che da quelle parti la pioggia cada duecento giorni all’anno e che il paesaggio bucolico sia deturpato da rovine post-industriali che ricordano un passato di prosperità ma che, al contempo, promettono un futuro più sostenibile e a misura d’uomo.

Di Todmorden, base del quartetto, si dice che sia rinomata per l’abbondanza di funghi magici e come la capitale britannica degli avvistamenti UFO, mentre Hebden Bridge è stata definita “una città della droga con un problema turistico”.
Eppure questa valle posta a 25 miglia da Manchester sta vivendo una sorta di rinascimento musicale incentrato sui locali di The Trades Club e The Golden Lion che ha visto emergere band interessantissime quali Working Men’s Club e The Orielles.

Silk For The Starving , l’ EP di debutto della band della Calder Valley, prodotto dall’onnipresente Dan Carey (che ha già messo le mani sulla musica di Squid, Black Country, New Road, Kae Tempest, Bat For Lashes, Fontaines D.C. e Black Midi, così, solo per citare qualche nome…) è composto da quattro tracce che (se fossi ancora più vecchio di quello che sono) potrei definire al fulmicotone, percorse da un suono adrenalinico che unisce e frulla il post-punk e i Talking Heads, i Fall e i Gang Of Four, crepitanti di energia nervosa e adolescenziale e intrise di sonorità crude e dirette che riescono comunque a mostrare la perizia del songwriting dei giovanissimi membri della band.
Television ricorda da vicino la band che da titolo al brano, ma è asciutta, arrabbiata (““Genocide makes for good TV!”) e piena di ritmo, mentre la conclusiva Valley Bottom Fever, descrive la vita in una “lonely town with a lonely state of mind”.

Sono solo quattro brani, ma bastano per collocare i giovani inglesi tra le band più promettenti del nuovo corso post-punk (o come volete chiamarlo voi).
“Silk For The Starving” stigmatizza tutte le storture e le ingiustizie do una società fondata sull’apparenza e che trascura i bisogni dei non abbienti. E’ uno schiaffo in pieno volto: “I nostri testi” – dicono- “sono una chiamata alle armi per le persone che condividono il nostro sgomento per il triste futuro che si sta ritagliando per persone come noi. Vogliamo che ogni riga sia un mattone scagliato attraverso la finestra delle persone giuste”.

The Lounge Society sono giovani (ingenui?) ma hanno il pregio di cantare e scrivere di argomenti che conoscono, di situazioni che vivono sulla propria pelle e così il loro suono è già articolato, pieno di energia e rabbia ben indirizzata.
Che la storia si sita ripetendo ancora una volta?

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