Le Ren – Leftovers

Francesco Amoroso per TRISTE©

Ogni volta che arriva il momento delle premiazioni, dei riconoscimenti, delle classifiche annuali, mi capita di notare come, per riuscire veramente a colpire il pubblico, sia necessario scrivere romanzi, cantare canzoni, interpretare personaggi con personalità e storie quasi sempre sopra le righe, straordinari, tali da lasciare lo spettatore, il lettore o l’ascoltatore totalmente invischiato emotivamente nelle loro vicende.
I premi, la visibilità, il plauso unanime non sono mai appannaggio di opere nelle quali sia l’understatement la cifra principale.
Se un oscar si vince interpretando le vicende drammatiche di un genio folle ma dotato di grande umanità e non certo la profonda vita interiore di un sensibile impiegato del comune, o recitando nella coinvolgente storia d’amore tra un gangster spietato ma dal cuore tenero e di una ballerina che in infanzia veniva molestata dal padre, invece che in una tenera storia di amicizia tra due adolescenti ordinari, anche in musica il dramma è il principale motore per colpire subito nel segno.

Eppure esistono ancora alcuni autori che scelgono cocciutamente, refrattari a ogni logica di mercato, di contenere anche le vicende più drammatiche e coinvolgenti, di evitare di essere costantemente sopra le righe, di affrontare argomenti all’apperenza privi di grande appeal come l’amore filiale o l’amicizia.

E’ questa, per esempio, la scelta di Lauren Spear, in arte Le Ren, cantautrice originaria dell’Isola di Bowen, nella British Columbia ma residente a Montreal, che già aveva colpito i più attenti con il singolo It’s Time I Played A Love Song/I Did U Wrong uscito per Sub Pop e con l’EP di debutto, Morning & Melancholia, su Secretly Canadian, entrambi dell’anno scorso.
Nell’Ep Le Ren faceva i conti con la perdita del suo ex fidanzato morto in un incidente d’auto un paio di anni prima, ma la sua voce emozionante e triste non cadeva mai nell’abisso dell’angoscia.
Anzi è proprio nella delicatezza e nella misura con cui l’artista canadese affronta un tema così drammatico a risiedere il fascino delle sue composizioni. Ascoltando le sue canzoni, sembrava quasi che Lauren avesse necessità di parlare di questo argomento, ma lo facesse con una certa ritrosia, con un riserbo che rimanda a un tempo in cui non era un obbligo mostrare al mondo i propri sentimenti.

Questa cifra stilistica è ampiamente ribadita anche nel suo album di debutto, Leftovers, che è un’opera piena di malinconia, di dolcezza e di sentimenti che, però, ancora una volta vengono declinati quasi timidamente, con squisita delicatezza e misura.
Spear usa le proprie canzoni per raccontare il suo posto nel mondo e il suo rapporto con coloro che la circondano.
““I swear I’m just crying once a day every day” ci confessa sul lento valzer di Was I Not Enough?, eppure il suo tono è così lieve che questa sembra più un’ammisisone di fragilità che una richiesta di compassione. Così quando, più avanti, in Willow, quasi supplica “Now that I’m yours/ Go easy on me“, tra una pedal steel e un violino dai profumi country, l’unica cosa che vorremmo fare e abbracciarla e confortarla.

E’ il tono gentile e timido dell’album a rendere Leftovers un lavoro rassicurante e caldo: Dyan, forse il brano più immediato e leggiadro dell’intera raccolta, è una sentita dedica alla madre, nella quale l’artista confessa, senza ritrosie un sentimento universale , ma spesso difficile da esplicitare (“Our bodies are far apart but I feel her in the air / If I could look into the centre of the sun well I think I’d see her there“).
Allo stesso modo Friends Are Miracles è un inno teneramente sfrontato all’amicizia che riesce a cogliere, senza suonare melenso, quel moto dell’anima che lega, spesso indissolubilmente, due persone.

Bastano i primi secondi di Take On Me ad avvincere l’ascoltatore e la voce di Lauren è uno strumento incredibilmente malleabile ed efficace nel tradurre in emozioni le sue parole tranquille, semplici e sentite.
Le dieci canzoni che compongono l’album, così, sembrano brani folk perduti nel tempo che si tingono qua e là (Was I Not Enough?, Willow, May Hard Times Pass Us By) di delicato country e di bluegrass e la sensazione generale, ascoltando Leftovers è quella di essere stati ammessi a una serata di confessioni tra persone che si vogliono bene – il duetto Annabelle and Maryanne con la bravissima Tenci riassume queste sensazioni in modo ammirevole.
Una voce che trasuda sincerità, una struttura compositiva lineare e semplice, arrangiamenti (curati anche con la collaborazione del produttore Chris Cohen) scarni ma accuratissimi, i cameo di Buck Meek dei Big Thief e di Tenci. Se non suonasse banale si potrebbe dire che Leftovers, a meno di un mese dalla sua uscita, suoni già come un classico folk senza tempo. E a volte è necessario anche dire delle banalità.

Sono cosciente del fatto che, in una società che ve sempre più veloce e che non ha tempo di soffermarsi e assaporare nulla, per farsi notare sia necessario strillare, fare rumore, indossare abiti sgargianti e essere sempre sopra le righe, ma non mi rassegno all’idea che opere così profonde, delicate e fragili debbano necessariamente passare inosservate.
Ci deve essere, ne sono certo, un po’ di spazio nei vostri cuori per Le Ren e il suo Leftovers.

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