Nation of Language – A Way Forward

Francesco Giordani e Francesco Amoroso per TRISTE©

F.G. Carissimo Francesco A.,
ti scrivo perché è successo di nuovo. L’anno scorso furono i Choir Boy. Quest’anno i Nations of Language. Uno dei più intrinsecamente inglesi fra i “generi” musicali, ovvero il synth pop, trova in America una band in grado di iniettare nuova linfa vitale nelle sue fibre sonore logorate dai decenni.
La cosa mi sorprende non poco: in un Regno Unito sempre più intrappolato da demoni e ataviche paure, le giovani indie-band (con qualche più che discreta eccezione, ultima in ordine di tempo i W.H. Lung, per fare un nome) si lasciano sedurre da sbocchi noise-hardcore o arditi avanguardismi con un che di informale/concettuale, eleggendo a spirito guida la più americana (e dissonante) della band post-punk britanniche, vale a dire i Fall.
Come se da quelle parti si fosse smesso di credere nel potere redentivo della grande melodia, nella forza luminosa del grande melodramma pop, nella gloria universale dei ritornelli e delle “arie” scolpite nell’eternità.

Poi ascolti A Way Forward e ritrovi una certa vibrazione, una certa luce, un certo slancio del tutto famigliari, che leghi subito a grandi dischi inglesi del passato, come Power, Corruption and Lies, Black Celebration o anche Dare.
Nulla di nuovo in teoria, per l’appunto, tutto già sentito, tutto già assimilato, eppure, come leggo nella Storia del Rock in Dieci Canzoni di Greil Marcus, a proposito di una vecchia canzone dei Flamin’ Groovies: “In “Shake Some Action” everything is new, as if the secret had been discovered and the mystery solved on the spot…It’s what the singer is afraid of losing defined now purely in the positive, as flight, as freedom, in Norman Mailer’s words loose in the water for the first time in your life, because no matter how many times in how many pieces of music you are swept away as the instrumental passages in “Shake Some Action” can sweep you away, it’s always the first time“.
Direi che è proprio questo il punto: non importa quanto uno stile sia originale in sé, conta la possibilità offertaci da una canzone (e non da un’altra) di rivivere quella “prima volta”. Sei d’accordo?

F.A. Carissimo Francesco G.,
sono perfettamente d’accordo con te. E non è un caso, visto che, per me (ma dovrebbe essere così per tanti), sei un punto di riferimento culturale importante.
Del resto tu stesso mi hai svelato dell’esistenza dei Nation Of Language la scorsa primavera (ho scoperto solo più tardi che erano già titolari di un notevole album d’esordio, Introduction, Presence), facendomi ascoltare un brano, Across That Fini Line che, nonostante lo avessi inizialmente considerato solo una divertente canzoncina synth-pop, è cresciuto a ogni ascolto e mi ha accompagnato da allora fino all’uscita, a inizio novembre, del loro secondo lavoro, A Way Forward, decisamente più ambizioso e strutturato del suo predecessore.

Ecco! È proprio Across That Fine Line a dimostrare la correttezza del tuo assunto: non c’è molto di originale in una canzone così, non le sonorità, non le voci, neanche la produzione, eppure è una canzone efficacissima, perfetta. Mi riporta a quando, adolescente, guardando la tv, mi capitava di ascoltare, eccitatissimo, pezzi stravolgenti che non mi avrebbero mai più abbandonato.
Penso a The First Picture Of You, a Enola Gay, a Take On Me, a Don’t You Want Me, a Sweet Dreams, a Shout o a True Faith (e potrei continuare l’elenco), brani molto diversi tra loro, ma accomunati dall’eleganza delle loro melodie, dalla perfezione dei loro ritornelli e dalla loro capacità – che definirei soprannaturale – di entrarti in testa e non uscirne più, neanche a distanza di oltre quaranta anni.

Ciò che contraddistingue i Nation Of Language (e che è evidente in praticamente tutti i brani contenuti nel loro nuovo album) rispetto alle decine e decine di altre band che fanno le stesse cose, ma con esangui rivisitazioni tutte concentrate sul suono e poco sulla scrittura, è proprio il saper indovinare tutte le note giuste, tutti gli accordi e gli arrangiamenti, tutti gli effetti sulle voci che rendono una canzone (synth)pop indimenticabile.
I tempi sono cambiati in maniera radicale, me ne rendo conto. Altrimenti tra quarant’anni staremmo ancora tutti a cantare “And I’m watching you walk/ Across that fine line/ I died a hundred times…”.
Naturalmente questa smodata passione (che, a conferma di quanto sostenevo, ho condiviso con mio figlio novenne, viaggiando in macchina tutta l’estate…) mi ha portato, come al solito, a fare i compiti.
Ho approfondito e scoperto come la leggenda narri che il fondatore della band, Ian Richard Devaney, sia stato ispirato a dare vita a un nuovo progetto musicale dopo aver ascoltato Electricity degli OMD nell’auto di suo padre e, a giudicare da quanto prodotto sin qui dai Nation of Language – band formata con la moglie Aidan Noell e l’amico Michael Sue-Poi (ormai sono diventato tassonomico) – la storia sembra assolutamente credibile: A Way Forward è un lavoro incentrato su scintillanti arpeggi di synth, su ritmi da dancefloor, ritornelli immediati e spesso travolgenti, con la succosa e originale aggiunta di groove motorik e influenze elettroniche piuttosto evidenti.
Tuttavia è sempre quella straordinaria perizia nella costruzione delle canzoni che permette ai newyorkesi di compiere il salto di qualità.
Canzoni come Wounds Of Love, They’re Beckoning o Fractured Mind fanno in modo che la questione originalità passi del tutto in secondo piano quando ci si approccia alla proposta musicale dei Nation Of Language. (Ottimi, comunque i W.H. Lung!)

F.G. Bellissima la storia di Electricity; non la conoscevo ma conferma certi miei “sospetti”. È come se Devaney inseguisse (visto che si parla anche di viaggi in macchina, come nel videoclip di Rush&Fever del 2020) non tanto quella specifica canzone degli OMD ma l’emozione che essa gli ha permesso di vivere, in quell’auto, quel particolare giorno, in compagnia di suo padre.
Una cosa che capisco perfettamente, che per me ha perfettamente senso, considerato che da più di vent’anni anch’io non faccio altro (e penso che, come me, tanti, tantissimi altri ascoltatori di musica, almeno fra chi ci legge).
E il bello è che nel caso dei Nation of Language l’inseguimento ha avuto un clamoroso successo, se poi da esso sono scaturite le composizioni scintillanti di A Way Forward.
Un disco che, come tutte le opere pop più ispirate, somiglia per l’appunto ad una macchina progettata per continuare a re-immaginare il passato ed aprire al contempo nuove vie (way forward credo si possa tradurre come “strada da seguire”…) in un presente finalmente liberato dalla sua impasse, rimesso “in moto” perpetuo.

Accade in canzoni bellissime e spesso anche struggenti come Former Self (pulsante manifesto della poetica della band), They’re Beckoning o Whatever You Want, con i loro climax cinematici, le loro progressioni motorik sempre accese dai bagliori policromi di un sentimento profondamente umano della vita e delle relazioni, talvolta soffertissimo.
Mi colpiscono in questo senso le strofe della già citata Former Self, con le loro ardite personificazioni drammatiche: “Song, enrapture and unfurl/ Love, remand me to the floor/ Lay my head back/ Candlelight for warmth/ My former self says I could be someone/ Away from you/ I cover it well/ But I may crumble/ I can’t stop myself/ A careful word/ Something to guide my soul/A way forward.”
Solo un grande autore può darsi (e darci) coraggio con una tale forza lirica di persuasione, mettendo plasticamente “in canzone” il suo accidentato processo di (ri)fondazione personale.

F.A. Sono d’accordo! Ho l’impressione che il nostro gradimento assoluto per A Way Forward nasca innanzitutto dal fatto che la band si relazioni alla musica nello stesso modo in cui lo facciamo noi (e molti altri, suppongo): i Nation Of Language hanno rinvenuto la causa scatenante delle loro emozioni nei suoni delle band e dell’epoca che abbiamo citato e cercano, con la loro musica, di richiamare e suscitare nell’ascoltatore quelle stesse sensazioni, come, molto più poeticamente, hai detto tu più sopra.
Però, quella che è un’idea che sta dietro a gran parte della musica pop contemporanea, loro la maneggiano meglio di tanti altri perché riescono, con le loro canzoni, sia a richiamare quei suoni e quelle emozioni che ad attualizzare gli uni e le altre, con un uso, è vero, quasi filologico di sintetizzatori, basso e batteria elettronica ma con un songwriting ispiratissimo e con arrangiamenti perfettamente in linea con la modernità.
E con una voce, come quella di Devaney, evocativa, vibrante e mai anonima o banale.
I Nation of Language, con A Way Forward, cavalcano abilmente l’onda del revival e sono comunque originali, utilizzando i suoni dei loro synth per creare magnifiche canzoni popolari. Riescono, così, a dare nuovamente un senso alle parole che compongono le espressioni New Wave e Synth Pop.
Non mi sento di chiedere di più.

F.G. Io invece una cosa mi sento di chiederla alla band: vi prego, non fermatevi!

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