Modern Nature – Island Of Noise

Francesco Amoroso per TRISTE©

Be not afeard, the isle is full of noises

Il revival del vinile (che c’è, ma ha numeri risibili), il revival del cd (che non c’è, ma si auspica prima o poi arrivi), gli introiti che arrivano solo dal merchandising (ma il merchandising non si vende molto senza concerti), allora puntiamo tutto sui diritti di sincronizzazione (ovvero: scriviamo musica che sarebbe perfetta come colonna sonora di una serie tv, o, anche di un commercial) e chi più ne ha più ne metta.

La realtà, evidente a chiunque voglia affrontarla, è che oramai la musica dipende quasi esclusivamente dallo streaming e che la piccolissima fetta di mercato che rimane ai supporti fisici viene spesso auto-sabotata dagli stessi artisti e dalle loro case discografiche che non sanno più che pesci prendere e così continuano a “tartassare” i veri appassionati e i collezionisti (a questi ultimi, in fondo, un po’ sta anche bene) con edizioni limitate in cinquanta copie, vinili in otto colori diversi, edizioni deluxe che escono dieci giorni dopo l’edizione standard, per la disperazione di chi ama la musica a prescindere dall’oggetto che la contiene o dal metodo della sua fruizione.

Quello del nuovo lavoro dei Modern Nature è, poi, un caso limite: l’uscita iniziale di Island Of Noise alla fine dell’anno scorso, prima che fosse finalmente distribuito digitalmente qualche giorno fa, era stata esclusivamente (!) come cofanetto riccamente illustrato contenente, oltre al vinile dell’album, una versione strumentale alternativa dal nome Island of Silence (entrambi gli LP stampati su vinile riciclato), un foglio di adesivi e un libro di scritti che disquisivano dei dieci brani dell’album, a cura di artisti come Merlin Sheldrake, famoso divulgatore scientifico e micologo, del poeta Robin Robertson, dell’illustratrice Sophy Hollington, del poliedrico Eugene Chadbourne e dello scrittore e critico Richard King. Il prezzo, neanche a dirlo, era stratosferico (e da queste parti avremmo dovuto sommare tariffe postali sempre più improponibili e tasse, grazie alla Brexit) e l’edizione limitatissima.

O questo o nulla. Neanche una nota.
Così Island of Noise (secondo o terzo album dei Modern Nature di Jack Cooper, a seconda di come si voglia considerare – lungo E.P. o album vero e proprio – Annual, uscito nel 2020) ha rischiato di passare quasi inosservato. O meglio: ha rischiato di non essere ascoltato neanche da quello zoccolo duro di appassionati che erano rimasti folgorati già nel 2019 dall’entusiasmante esordio How To Live e avevano continuato a seguire le gesta della band inglese, dall’instabile line-up, con Annual e con il recente Rydalwater, affascinante suite di dieci minuti, uscita a inizio 2021, solo su vinile 7” naturalmente.

Per fortuna la Bella Union e la band sono scesi a più miti consigli (o, più probabilmente, avevano già pianificato tutto, in una strategia di marketing tra il geniale e il suicida…) e, finalmente, dopo più di un mese di attesa, anche noi sudditi (almeno musicalmente) della periferia dell’Impero Britannico, poveri in canna, abbiamo avuto la possibilità di ascoltare i quasi quaranta minuti di musica contenuti in Island Of Noise (nulla da fare, per ora per l’album strumentale e il libretto di accompagnamento).
Per fortuna, dicevamo, perché perdersi uno degli album più avventurosi ed entusiasmanti degli ultimi anni sarebbe stato davvero un grave delitto.

Racconta Cooper che Island Of Noise è stato ispirato da una rilettura de La Tempesta di Shakespeare e dalla sua attualità e sia una riflessione sulla natura della musica, del rumore e del silenzio, ma anche sul caos e sulla confusione che regnano sovrani e che sembrano impossibili da navigare.
La storia musicale di Jack Cooper è, essa stessa, articolata e piuttosto movimentata. Compositore, cantautore e chitarrista, ha espresso la sua creatività in numerosi progetti, prima di approdare ai Modern Nature: come solista con Sandgrown, poi in compagnia di Jeff Tobias e ancora nei Mazes e con gli Ultimate Painting (il suo progetto più “pop”), per arrivare a quello che sarebbe dovuto essere una partnership con Will Young dei BEAK> e si è, invece, trasformato in una band dalla line-up fluida, ma che ruota stabilmente proprio intorno al solo Cooper.

Con l’abbandono di Young e l’avvicendarsi di molti musicisti, così, Island of Noise, pur mantenendo alla base l’estro creativo, la chitarra e, soprattutto la voce soffusa di Cooper, è decisamente diverso dall’ottimo How To Live: se le ritmiche rimangono intricate e mai troppo lineari, la spinta motorik dell’esordio è scemata e i suoi arrangiamenti sono chiaramente ispirati al free jazz. E’ un album profondamente avvincente, arrangiato in maniera sublime e liricamente poetico, le sue sonorità sono spaziose, minimali eppure dense e il suo registro emotivo è allo stesso tempo pieno di speranza e malinconico.
Le dieci tracce che lo compongono (due strumentali e otto brani cantati) hanno, anche stavolta, titoli composta da una sola parola e suonano piuttosto uniformi, eppure, straordinariamente curate: la chitarra elettrica e la voce tranquilla e sussurrata di Cooper vengono accompagnate e impreziosite da strati sonori di pianoforte e archi (violino, viola – suonata da Alison Cotton – e violoncello), dal ritmo insistente del contrabasso e della batteria, dalla tromba e dal sax (suonato dal maestro del free jazz Evan Parker).

Anche dal punto di vista testuale l’album è coraggioso e profondo: Tempest, breve strumentale iniziale, con un superbo dialogo tra sassofono e archi, è il preludio al naufragio sull’isola e all’inizio dell’avventura: “Some brave new morning / The curtain rises again / An overture plays out.” Con la sua magnifica melodia, Performance contrappone il caos assordante e alienante della città al caos calmo della natura selvaggia e la successiva Ariel è una canzone meditativa e austera, mentre Bluster ha toni sconsolati e dimessi (“The island’s silent / It’s too late“).
Symmetry è ancora un o strumentale, e la successiva Masque è probabilmente la canzone più poetica e piena di speranza del lotto (“Meadow, grove and stream/ Darkness from an old dream/ Faces in the glass; looking on/ Warming hands on burning flats). Con Brigade si fa più evidente l’attualità della rilettura shakespeariana, trattando il tema del razzismo e dell’immograzione con afflato lirico ma non per questo poco incisivo.
Le conclusive Spell e Build, musicalmente impegnative e stimolanti, con una ritmica incalzante e i fiati che si lanciano liberi, segnano l’epilogo del viaggio e, allo stesso tempo, richiamano l’apertura dell’album in una sorta di ciclo continuo e inesauribile. (“Flags hanging limp and frayed / Crows on the plain / Ravens take flight again / The tower decays / Crowds cheer the vain crusade”).

Un’idea così ambiziosamente concepita e altrettanto ambiziosamente scritta e suonata si sarebbe potuta rivelare irritante e pretenziosa, pomposa, addirittura respingente. Nulla di più lontano dalla realtà: se è chiaro che Island Of Noise richiede un certo impegno da parte dell’ascoltatore per coglierne ogni sfumatura e dettaglio, è al contempo vero che Cooper e soci mantengono il progetto entro i confini della sobrietà e della fruibilità e il prodotto finale risulta ipnotico e sommamente melodico.
Partendo da un lavoro intenso e riuscito come Ho To Live, e nonostante la defezione di Young, Cooper è riuscito, con Island Of Noise, a raggiungere l’apice (almeno fino a questo momento) della sua parabola artistica, grazie alla maestria con la quale è stato capace di maneggiare elementi sonori, lirici e concettuali complessi e intricati, senza lasciarsi travolgere e avendo sempre come punto di riferimento la melodia.

Godiamoci tanta bellezza, almeno fino a che i padroni del vapore (musicale) non inventeranno un nuovo modo per autoaffondarsi e far annegare con loro tutti gli artisti più meritevoli, per lasciare sulla terraferma solo le popstar di cartone.

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