Lonny – Ex-Voto

Francesco Amoroso per TRISTE©

Più ti avvicini a un individuo, più assomiglia a un quadro impressionista, o a un muro
scorticato dal tempo e dalle intemperie: diventa insomma un coagulo di macchie insensate, di grumi, di tracce indecifrabili.
Ti allontani, viceversa, e quello stesso individuo comincia ad assomigliare troppo

agli altri“.
(E. Trevi, Due Vite)

Capisco quelli che, in tutta sincerità, quando c’è una chitarra acustica, una voce intensa, magari degli arrangiamenti sparsi e delicati e dei testi introspettivi, ci raccontano che la musica di derivazione folk è tutta uguale, che non c’è nulla di nuovo, non un guizzo di originalità.
Li capisco e li compatisco, un po’.
Li capisco perché, come dice Emanuele Trevi nel romanzo vincitore dell’ultimo Premio Strega, quando si guarda qualcuno da lontano, con superficialità, questo individuo finisce per assomigliare a tutti gli altri e non se ne colgono le peculiarità, l’unicità. E, viceversa, avvicinarsi troppo a qualcuno può essere pericoloso: che la persona con la quale si interloquisce (o la musica che si ascolta) possa risultare indecifrabile è un rischio che per molti non vale la pena correre.
Li compatisco perché, con questo approccio, rischiano di perdersi meraviglie nascoste, gioielli che hanno bisogno che si trovi la giusta distanza per guardarli, perché possano davvero brillare.
E’, senza dubbio alcuno, il caso dell’album d’esordio di Lonny, Ex-Voto.

Il primo album di Lonny –  all’anagrafe Louise Lhermitte (figlia del noto attore francese Thierry Lhermitte) – è un lavoro schivo e intenso, costituito da ballate malinconiche e folk atmosferico, sincerità diretta e purezza senza tempo.
Ad ascoltarlo, così, distrattamente, lo si potrebbe tranquillamente confondere con una qualsiasi produzione a cavallo tra la fine degli anni sessanta e l’inizio dei settanta, l’epoca d’oro delle cantautrici. L’ho sentito paragonare a Joan Baez o a Joni Mitchell, persino a Patti Smith. Ma è una questione di profondità dello sguardo: la giovane artista francese, che ha inciso l’album in Quebec con il musicista canadese Jesse Mac Cormack (ma gli archi e gli ottoni sono stati registrati a Parigi, con arrangiamenti di Olivier Marguerit), ha una sua personalità forte e un songwrtiting del tutto originale che emerge potente e definito appena il nostro sguardo penetra sotto la superficie delle sue ballate calde e carezzevoli.

Pare che Louise abbia scelto lo pseudonimo di Lonny per celebrare la solitudine di cui ha bisogno per scrivere le proprie canzoni (e rendere omaggio a Loner di Neil Young).
Nonostante abbia solo 28 anni e questo sia il suo primo album, Lonny ha già una notevole esperienza alle spalle, avendo calcato i palchi di tutto il mondo, suonando la chitarra e il violino da solista o in trio. Ha studiato canto lirico e viola fin dall’infanzia e ha sempre saputo che avrebbe scelto la musica per esprimersi. Il suo primo EP (con il nome di Lonny Montem), What kind of music do you play?, è uscito nel 2017 ed è cantato in inglese, ma, al ritorno da un tour in Quebec con il cantante Florent Bertonnier, alias Refuge, ha deciso di scrivere soprattutto in francese.

Le sue canzoni, che funzionano perfettamente anche prese una a una, costituiscono un insieme coerente e coeso che dà adito al mondo interiore della sua autrice. Una raccolta di impressioni ed emozioni che risultano tanto intime e personali, quanto universali: le passioni che si smorzano, il sentimento di solitudine e abbandono, la fatica di affrontare la vita. “La musica” ha raccontato l’artista francese, “ha un posto piuttosto mistico nella mia vita, le mie canzoni sono dei piccoli ex voto…“. E, come tali, sorta di piccole preghiere di ringraziamento, devono essere prese.
Non importa che, avvicinandoci, ci perderemo nei loro suoni e nelle loro parole, verremo travolti dall’intensità emotiva delle loro melodie e dal caldo abbraccio della voce di Lonny. E’ un rischio che dobbiamo correre, se vogliamo davvero provare a connetterci istintivamente e sentimentalmente con lei.

Incandescente, schivo inno alla forza d’animo che cita “la braise sous les cendres quand l’ombre voudrait se répandre” e “la petite  lumière” che continua a brillare nonostante le difficoltà, Comme La Fin Du Monde, che riflette sulla difficoltà di restare se stessi in una relazione sentimentale fagocitante, Avril Exil, che racconta il senso di isolamento successivo alla fine di un amore, Éteins La Mer nella quale Lonny medita sul retaggio femminile, con immagini dirette e potenti (“naître femme ça se découd, ça se repense“), sono canzoni brillanti e profonde, che il cantato in francese rende più delicate e arcane.

Mid-Summer e Black Hole, invece, poste esattamente al centro dell’album, sono due brani cantati in inglese, che, parlando ancora di rinascita e della testarda persistenza dei ricordi, ci illudono, per un attimo, di essere riusciti a inquadrare Lonny e la sua musica, riportandoci in acque sicure e sonorità folk più canoniche, ma non per questo, meno suggestive.

Basta la successiva e intensissima La Maison Des Filles, un brano che non ha alcun timore di parlare di perdita e lutto (accompagnato da un magnifico video), per ritrovarci in quella condizione straniante e quasi onirica nella quale più fissiamo qualcosa da vicino, meno riusciamo a comprenderla in maniera compiuta. Con (Not So Sad) Love Song, duetto con Refuge, che, a parte il titolo, è cantata in francese, ci ritroviamo in territori malinconici e commoventi, di nuovo a nostro agio, ma, ancora, Le Goût De L’Orge, brano più movimentato e dedicato all’Irlanda, è spiazzante e rimette tutto in discussione.

Le Sable Normand è una fotografia virata seppia, un ricordo lontano ma ancora vivido di un momento unico, e rimanda ai passaggi più intensi e delicati di Grande Est La Maison, straordinario lavoro di Cabane di un paio d’anni fa.
Allez Chagrin (letteralmente “avanti dolore”) chiude l’album in maniera sobria e lancinante, con le delicate note di pianoforte che penetrano nella carne come tanti minuscoli aghi quasi a dirci che, forse, come succede con l’agopuntura, il dolore è solo un passaggio verso la guarigione.

Visto da lontano potrà sembrare l’ennesimo album folk malinconico e intimo, simile a tanti altri, mentre da troppo vicino magari potrebbe risultare autoreferenziale, ingarbugliato e indecifrabile, ma dalla giusta distanza Ex-Voto è un lavoro personale e intensissimo, pieno di talento e di idee, musicali e non solo.
L’unica cosa importante – e mi ritrovo a citare Trevi – è cercare la distanza giusta, che è lo stile dell’unicità.
Lonny ci ha regalato un gioiello, sta a noi riuscire ad ammirarlo.

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