Horsegirl – Versions of Modern Performance

Francesco Amoroso per TRISTE©

Quando ascolto band composte da giovanissimi che hanno come riferimento sonorità di epoche precedenti alla loro nascita, rimango sempre un po’ spiazzato.
Eppure non è una cosa così inusuale. Nella seconda parte degli anni ottanta, per esempio, i ventenni che si affacciavano sui palcoscenici di tutto il mondo avevano spesso come riferimento e ispirazione i suoni di venti anni prima e, allo stesso modo, non è infrequente – anzi negli ultimi tempi è diventato quasi scontato- che, impugnando una chitarra, il riferimento immediato sia il post-punk dei primi anni ottanta. Eppure sono passati quaranta anni e questi musicisti non erano neanche nati quando i Fall, i Wire, i Cure o i Joy Division erano all’apice delle loro carriere.
Evidentemente le cose vanno così e al fatto che i ventenni -alcuni ventenni, quelli, dal mio punto di vista, più accorti e talentuosi- abbiano molti dei miei stessi punti di riferimento, devo farci l’abitudine. Non so se questo mi faccia sentire un vecchio rimbambito che tenta di tenersi al passo con le mode, un nostalgico, cui il tempo, pian piano, sta dando ragione, oppure un supergiovane (® e™) che si aggira orgoglioso e a testa alta (ma un po’ ridicolmente) in un mare di ragazzi che potrebbero essere suoi figli. Ma, in fondo, questo conta poco.

Quando sento musica e canzoni che mi esaltano e che mi danno emozione, farmi certe domande risulta quasi ozioso.
E, con le Horsegirl, è esattamente quello che è accaduto, sin dal primo momento.
Ascoltandole per la prima volta- grazie al mai troppo lodato Polaroid Blog di Enzo Baruffaldi- con Ballroom Dance Scene, una ballata inquieta e sotterranea le cui chitarre crescono lentamente fino ad arrivare a un apice emotivo straordinario, non mi sono fatto alcuna domanda. MI sono subito innamorato e sono andato alla ricerca, prima ancora che di notizie, di altre canzoni da ascoltare. Ho trovato solo Sea Life Sandwich Boy, la b-side del loro singolo, rumorosa e sghemba, chiaramente figlia degli anni novanta, molto più che degli ottanta cui il primo brano rimandava in maniera piuttosto esplicita.

Alla fine, naturalmente -chiamiamola deformazione “professionale”- qualche ricerca l’ho fatta e ho scoperto che Penelope Lowenstein, Gigi Reece e Nora Cheng erano -parliamo di tre anni fa- tre liceali che avevano cominciato a suonare insieme facendo cover dei Sonic Youth.
Fin qui nulla di strano o di particolarmente originale, non fosse che, grazie alla forza delle loro canzoni (e delle loro performance live, suppongo) nel 2021 il terzetto di post-adolescenti ha firmato per la Matador, etichetta indipendente finché si vuole, ma un vero e proprio colosso dell’indie. E, nel 2022, addirittura con qualche ritardo sul programma, è uscito il loro album d’esordio, Versions Of Modern Performance, un album che, sin dal primo ascolto, chiarisce come le Horsegirl abbiano in mente di scrivere musica che rimanga, piuttosto che afferrare il successo passeggero, per poi scomparire nel nulla.

Il punto è che le ragazze di Chicago non hanno voluto -pur avendo dimostrato, con sole due canzoni, di averne le capacità- scrivere un album pieno di brani da tre minuti che, rimandando a sonorità già acquisite, potessero immediatamente colpire l’immaginario di (noi?) attempati cultori dell’indie, ma hanno preferito costruire un lavoro complesso e articolato, nel quale insieme ai mille rimandi al passato, si potessero ritrovare spunti melodici e arrangiamenti che fossero di sprone alle nuove generazioni di appassionati di musica (e di chitarre).

Faceva notare ancora Enzo, prendendo spunto da un’intervista che le Horsegirl hanno rilasciato al NME, come il fatto che questi suoni piacciano anche a noi “meno giovani” è, per la band, del tutto accidentale. ma, allo stesso tempo, è assolutamente inevitabile.
Inevitabile perché le elettrizzanti canzoni delle Horsegirl contengono, tra le loro note, un’infinita quantità di rimandi musicali che vanno anche oltre le evidenti ascendenze Sonic Youth e Pavement: dalle oscure band neozelandesi che hanno inventato il Dunedin Sound fino all’indie rock più underground dei nineties, passando per il post punk britannico.
Il trio di Chicago, nonostante la giovanissima età media, dimostra con il proprio canzoniere di avere certamente una conoscenza enciclopedica dell’indie del secolo scorso, ma anche una invidiabile facilità nel comporre melodie efficacissime e trascinanti.

In Versions of Modern Performance, Penelope Lowenstein, Nora Cheng e Gigi Reece inanellano una serie di brani immediati e propulsivi -e si permettono il lusso di lasciare fuori i due brani del singolo d’esordio- dalla riproposizione del singolo Billy dello scorso anno, ad Anti-glory, un vero e proprio inno, che, con il suo ripetuto “Dance, Dance, Dance”, non può non richiamare gli immensi Joy Division, fino a Dirtbag Transformation, brano che fa venire in mente i Pavement guidati da Kim Deal.
E hanno l’ardire di non essere mai scontate nelle loro scelte sonore, come dimostra World of Pots and Pans, dream-pop efficacissimo e spavaldo, visto che cita esplicitamente The Cure e The Jesus & Mary Chain (“I think you’re just like honey and heaven too“) e, musicalmente, sembra una specie di ibrido (da sogno) tra Yo La Tengo e The Pastels.
Ciò che più colpisce, smaltita la sbornia iniziale dei brani più immediati, è come le Horsegirl abbiano la spavalderia di alternare canzoni dall’andamento più canonico e adrenalinico a passaggi che evitano la struttura di strofa/ritornello e sono più sospese e sperimentali, con brevi incursioni noise. Sembra quasi – ed è un pregio- che questi brani siano nati in maniera estemporanea in studio, frutto di una qualche prolungata jam session.

Prodotto dal veterano indie John Agnello (uno che dagli anni 90 ha prodotto un paio di centinaia di dischi e ha lavorato con Dinosaur Jr., The Breeders e Buffalo Tom, solo per fare qualche nome) l’album si muove tra i meandri dell’indie anni 90, senza ammiccamenti e senza cadere mai nel citazionismo più bieco.
E’ un lavoro che, senza dubbio, potrà piacere sia a chi gli anni ’90 non li ha vissuti (e che, magari, perderà qualche riferimento) che a chi, invece, ci ritroverà i suoni, le melodie, l’energia e il coraggio di sperimentare di quel periodo.
Con il loro atteggiamento e la loro capacità di scrivere canzoni, le Horsegirl riescono nell’intento di omaggiare i propri numi tutelari -e che numi tutelari si sono scelte- e di risultare originali, eccitanti, irresistibili e vitali.
Perché dovrei continuare a farmi domande, invece di godermi lo spettacolo?

 

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