Marina Allen – Centrifics

Francesco Amoroso per TRISTE©

In un magnifico libro (romanzo? biografia? saggio?) su Dostoevskij, dal titolo Sanguina Ancora, che mi è capitato di leggere poco tempo fa – anche se risale all’anno scorso – Paolo Nori si chiede, nelle primissime righe dell’introduzione che senso ha, nel 2021 (ma credo che anche nel 2022 la domanda non sia oziosa), leggere Dostoevskij. Perché, si chiede l’autore, una persona di venti, o di trenta, o di quaranta, o di settant’anni dovrebbe mettersi, oggi, a leggere o rileggere Dostoevskij?
La sua risposta immediata è molto semplice e diretta: “Non lo so” (approfondendo, naturalmente, una risposta più articolata arriva, ma non è, adesso, quello che conta).
Ecco, parafraso il grande Nori, a chi mi chiedesse che senso ha oggi, nel 2022, ascoltare una cantautrice folk, potrei fornire la stessa risposta immediata: “Non lo so”.
A chi mi chiedesse che senso ha, oggi nel 2022, ascoltare Marina Allen, direi che non lo so. Poi, però, andrei avanti.

Andrei avanti e direi che Centrifics, l’atteso successore di Candlepower – che non si è mai capito esattamente se fosse un Ep o un album vero e proprio (e questo mette noi un po’ fanatici delle discografie degli artisti che amiamo in difficoltà: Centrifics è il primo o il secondo album di Allen?)- è pieno di melodie elegantissime, di delicatezze sorprendenti, di virtuosismi, di trovate armoniche e di arrangiamenti sopraffini.
Direi, poi, che è un lavoro contemplativo e decisamente articolato, anche se suona, almeno di primo acchito, più semplice, diretto e, soprattutto, positivo rispetto al suo oscuro e fascinoso predecessore.

Poi, volendo… se proprio volessi a pprofondire nel tentativo di convincere qualcuno che ascoltare un’artista come Marina Allen nel 2022 ha ancora senso, proverei a raccontare che dietro melodie eleganti del singolo Superreality o della delicata My Stranger c’è la produzione misuratissima e raffinata – ma decisamente radio friendly – del bravissimo Chris Cohen, o che, tra le righe, di Centrifics si trovano riferimenti espliciti al jazz (la conclusiva Gardiner’s Island è l’esempio più lampante, ma lungo tutto l’arco del lavoro i richiami sono continui, soprattutto grazie all’uso preponderante del piano sulla chitarra acustica e del fender rhodes), oppure che questo fantastico album è intriso dei suoni cantautorali dei primi anni settanta, quelli di Carole King, di Judee Sill, del Neil Young acustico (Getting Better e Or Else, eteree e rasserenanti, con performance vocali sublimi), o, ancora, rimarcherei che alcuni brani (Foul Weather Jacket Drawning) sono saldamente ancorati all’attualità sonora e si distinguono per colpi di scena e momenti spericolati e senza rete, quasi avanguardistici.
Potrei anche dire che la vocalità di Marina Allen è coinvolgente e emozionante e si conferma straordinaria per raffinatezza e controllo (Smoke Bush, nella quale la voce rivaleggia con un delicatissimo flauto) ed estensione (la ballata jazzy New Song Rising, sospesa nello spazio e nel tempo).

Ma, se non bastasse ancora, potrei anche sottolineare quanto la scrittura sia esperta e accurata (matura, direi, se non fosse un aggettivo sin troppo abusato e fuorviante, vista la freschezza del songwriting), fatta di melodie non banali e di testi malinconici ma pieni di speranza. E che le canzoni di Allen sembrano canoniche solo in superficie, ma si spingono spesso oltre i cliché del genere: la spiazzante Celadon, con i suoi continui cambi di ritmo e tono, Halfway Home che è sempre sul punto di raggiungere lo zenith, senza mai arrivarci davvero, Foul Weather Jacket Drawing, con il suo virtuoso cantato jazz, inserito in una struttura classicamente folk, Gardiner’s Island, nella quale il sax che si si intreccia con la chitarra acustica e il piano.

Tutti motivi validi, direi, secondo me, per ascoltare Marina Allen e il suo Centrifics.
Ma probabilmente, parafrasando ancora ciò che dice Nori, io il senso di ascoltare Marina Allen non lo so, ma so che Marina Allen, con le sue canzoni ci parla a cuore aperto di se stessa ma, nel farlo, ci parla di noi, anche se non ci conosce (“My heart’s a blooming flower uh huh  / Shame’s a clever killer uh huh / Oh you motherfucker I’ve got my anger / Does it make it better?“, “All these curses turn to joy”, “I still don’t believe what us as kids went through“, “Tears of rage, tears of grief, shedded like a snake“).
E poi so, bene o male, ciò che è successo a me, quando ho cominciato ad ascoltare Marina Allen. E questo, anche se non riesco a spiegarlo a parole (non sono mica Dostoevskij e nemmeno Paolo Nori), mi basta per poter sostenere che ha ancora senso, nel 2022, ascoltare una musicista folk, se questa musicista è Marina Allen.

Pubblicità

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...