Alvvays – Blue Rev

Tiziano Casola per TRISTE©

C’è stato un tempo in cui, una volta constatato che no, non compravo più dischi, decisi che alla fine di ogni anno avrei comprato almeno un paio quegli album che, dopo vari episodici ascolti online, mi rimanevano inevitabilmente impressi.
A questo mio proposito tenni però fede soltanto una volta, quando – mossa etica – ordinai due titoli al negozio di dischi della mia città.
Fu in quell’occasione che, da piccolo consumatore, decisi di dichiararmi cliente degli Alvvays, dei quali acquistai il validissimo secondo album, Antisocialites (2017), sperando chiaramente che almeno una piccola parte dei miei averi arrivasse nelle loro tasche in Canada.

Gli Alvvays, ve li ricorderete, sono quelli che anni fa salvarono il mondo – perlomeno quello degli amanti di un certo tipo di pop – con Archie, Marry Me, singolo strabiliante, a dir poco da antologia. Sì perché, se parliamo di instant classic, sfido chiunque a trovarmi un songwriting migliore, specie in questi ultimi anni, segnati dall’ascesa – per quanto mi riguarda – delle peggiori band che il mondo anglofono abbia mai conosciuto, almeno sul fronte britannico e irlandese, un tempo eterno imbattuto in fatto di grandi melodie.

Gli Alvvays, grazie al cielo, non vengono da Albione e non c’entrano nulla con quel nuovo ridicolo post-punk perbenista lì tanto in voga. Arrivano invece dall’Isola del Principe Edoardo, che chissà che posto è, ma evidentemente lì ci si annoia in modo costruttivo, altrimenti non si spiegherebbero certe loro canzoni così brillanti. Penso ad esempio a Dreams Tonight, uno dei singoli del loro album precedente, pezzo già di sé splendido, ma di cui mi lascia tuttora esterrefatto l’ingegnosissima sequenza di accordi del bridge (qui, tra 1:55 e 2:27 ) e ancora non mi spiego come l’abbiano ficcata lì in mezzo così bene.

Insomma, si è capito che sono stato un grande fan dei primi due lavori della band.
Per questo, il nuovo Blue Rev era per me ad alto rischio delusione. Perché coi terzi dischi spesso ci si resta male, da quanti altro terzi dischi mi sono sentito tradito? Che ve lo dico a fare…
C’è sempre quel pericolo nell’aria di perdita d’ispirazione, o peggio di svolte intellettualistiche non gradite, di accozzaglie, di suoni pompati, fate voi insomma, mettendoci cosa vi fa più paura. E invece no, Blue Rev è un ottimo album.

Il disco di apre con Pharmacist, tutta costruita sull’effetto altalena di quelle chitarre shoegaze sfacciatamente alla My Bloody Valentine. Un’idea che normalmente mi avrebbe fatto storcere il naso, ma che in questo caso calza a pennello. Anzi, in qualche modo va a colmare un bisogno di virulenza che nei precedenti lavori si lasciava spesso sentire. Segue il cantato fluido di Easy on your own?, che percepisco come il pezzo più ispirato del disco. Forse perché l’intuizione melodica sul bridge mi dà l’idea di una soluzione uscita fuori per caso in sala prove, in un momento di trasporto, ovvero in una situazione creatasi tra persone che passano un buon momento insieme.
In Blue Rev si sentono poi più tastiere che in passato e mi pare che gli arrangiamenti funzionino davvero bene. Perfettamente riuscita sotto questo punto di vista è Tile by Tile, la quale, ne sono persuaso, per un attimo infinitesimale evoca anche un po’ l’anima frangettata di Sandie Shaw quando cantava I don’t owe you anything.
Ma forse sto fantasticando troppo.

La verità è che su Blue Rev non ci sarebbe null’altro da dire, se non quanto espresso da Francesco Amoroso nella sua recente intervista a Molly Rankin, uscita sul numero di Rockerilla di questo mese.
Francesco, a un certo punto, tira in mezzo la storia della madeleine di Proust e, almeno per me, ci coglie in pieno.
Perché ciò che ho amato in Blue Rev è che questo mi ha riportato involontariamente a una dimensione magica e spensierata del passato, in cui il tempo proprio e quello degli amici può essere fieramente buttato – o investito, dipende da come la si vede – in pomeriggi di sale prove, infiniti giri a piedi e insensati spostamenti in macchina per motivi futili.
Tutto però con l’entusiasmo di chi, senza nemmeno accorgersene, si gode la felicità di costruire castelli in aria con chiunque sia disposto a un sodalizio creativo.
Il bello di Blue Rev è che mi ha dato l’opportunità di percepire l’entusiasmo di chi lo ha suonato.
Si può avere nostalgia dell’entusiasmo? Molly Rankin me l’ha fatta venire e per questo la ringrazio.

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