Nation Of Language @Alcazar Live– Roma, 12/11/2022

(Nation Of Language ©Stefano Amoroso)

Francesco Giordani per TRISTE©

Per il mio ritorno ufficiale ad una fruizione “canonica” di un concerto rock (ovvero senza mascherine, capienze limitate o distanziamento) ho inconsapevolmente scelto una data curiosa, della cui stranezza mi accorgo solo ora, mentre batto alla tastiera le parole che state leggendo: 11/11/22. Non che possa dirmi esperto di cabala o numerologia ma tutti quegli 1 messi in fila, abbinati al loro doppio tondo tondo, per qualche oscuro motivo mi fanno pensare ad un secondo inizio, ad una rinascita, se così posso dire. Il senso di novità del concerto romano dei Nation of Language coinvolge peraltro anche altre circostanze legate all’evento.

Innanzitutto il luogo dello stesso, ovvero un Live Alcazar da me mai visto né sentito nominare prima eppure ottimo nell’acustica quanto nell’atmosferico impianto luci, collocato a due passi da piazza San Cosimato e dai 126 gradini della Scalea del Tamburino, in quella Trastevere storicamente pochissimo permeabile al “rumoreggiare” underground della capitale.

E poi, con mia grande sorpresa, il pubblico: numeroso (e non era scontato), anagraficamente variegato (non era scontato neppure questo), internazionale (Trastevere ha dato una mano), entusiasta, partecipe, già edotto sulle canzoni di una band che, perlomeno in Italia, non ha goduto sinora di grandi ribalte.

(Nation Of Language © Francesco Giordani)

Ecco, proprio il trio newyorchese è stata la più bella sorpresa di un undici novembre in cui tutto mi è sembrato davvero “convergere” in una perfetta quanto naturale armonia. Catalizzato dalle frenetiche movenze del cantante e chitarrista Ian Richard Devaney (che, microfono in pugno, pareva quasi ballare di fronte allo specchio invisibile della sua cameretta), il repertorio dei Nation of Language ha confermato sul palco romano tutta la sua solidità, la sua freschezza ma soprattutto, direi, quella grazia, talvolta malinconica talaltra più briosa ed esuberante, che fa della band americana una delle realtà più promettenti del panorama indie pop/neo-wave contemporaneo.

L’apertura è affidata a A Different Kind of Life (altro segno di quel che accennavo all’inizio? chi può dirlo…), uno dei più antichi e già gloriosi singoli del trio, che scandisce poi il resto della scaletta pescando in parti pressoché uguali fra brani del primo e del secondo album. A dominare è ovviamente il dialogo ravvicinato fra la voce di Devaney e il moog crepitante di sua moglie Aidan Noell (più defilato il basso di Alex MacKay), in un tripudio di epici retro-suoni ottantiani e melodie da groppo alla gola che lucidano il mai ossidato canone synth-pop (Human League, Depeche Mode, OMD, New Order), non di rado innescando nel pubblico -come dicevo assai coinvolto- imprevedibili singalong dal sapore quasi struggente.

(Nation Of Language © Francesco Giordani)

Il bis si chiude sulle note del nuovo singolo From The Hill, ovviamente seguite da quelle di Across That Fine Line, piccola pietra miliare di un canzoniere che saprà nei prossimi anni arricchirsi e guadagnare ulteriore varietà.

La band si congeda regalando la scaletta del concerto ad un giovanissimo “cool kid” in prima fila. Un segno bello, forte, che ancora una volta sa di nuovi inizi, di cose che non finiscono, di un futuro che anzi ricomincia adesso, proprio davanti ai nostri occhi.

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