The Umbrellas – Fairweather Friend

Da quando qualcuno se n’è appropriato ingiustamente (indegnamente, oserei dire), faccio sempre più fatica a spiegare, a chi non è esperto in materia, in cosa consista l’indiepop (che mi piace scrivere così, tutto attaccato, perché il termine non nasce solo dalla giustapposizione delle due parole, “indie” e “pop”, ma proprio dalla loro unione).
Potrei usare semplicemente l’asciutta e un po’ asettica definizione che si trova su wikipedia, che sostiene che l’indiepop sia “…a music genre and subculture that combines guitar pop with DIY ethic in opposition to the style and tone of mainstream pop music“, e, tutto sommato, mi avvicinerei abbastanza alla verità. Oppure, da qualche giorno, potrei avere un’alternativa più valida.
A chi volesse capire che cos’è l’indiepop potrei semplicemente suggerire di ascoltare Fairweather Friend, il secondo album di The Umbrellas.

Quando nel 2021, è uscito l’omonimo album di debutto del quartetto di San Francisco, nel tentare di raccontarlo, mi lanciai in un tentativo (con esiti, come quasi sempre accade, non del tutto soddisfacenti) di descrivere le sonorità delle dodici canzoni che lo componevano citando il movimento C86, le chitarre jangle, i Talulah Gosh e i Pastels. Quel debutto, costruito sull’amore per il pop rigorosamente indipendente degli anni ’80 e ’90, basato su una scrittura diretta e sincera e su un’etica DIY era -solo in embrione, mi rendo conto adesso- una sorta di manifesto dell’indiepop del nuovo millennio.
Non era facile fare di meglio. E, forse, non era neanche necessario.
Ma i quattro californiani, nel corso di questi anni, sono andati, anche grazie al rodaggio dei loro numerosissimi spettacoli live, alla ricerca di qualcosa di più, di un suono più definito, di canzoni ancora più immediate e d’impatto.
E, a giudicare da Fairweather Friend, hanno trovato, lungo la strada, tutto quello che cercavano (e, forse, anche qualcosa di più).

L’incipit è subito un colpo al cuore: Three Cheers! apre le danze con il basso pulsante di Nick Oka, presto raggiunto dalla chitarra di Matt Ferrera e dalla sua voce, tra Orange Juice, Beat Happening e Pastels. E già si vola! Ma quando arriva Morgan Stanley -che, a dispetto del nome, è tutt’altro che cinica come una banca d’affari- a fare da contrappunto in puro stile Heavenly, la canzone si fa, come dire? … Celestiale (e le chitarre distorte alla fine del brano non fanno che aggiungere un po’ di ulteriore brio). Tre acclamazioni risultano davvero poche.
Se, per quanto mi riguarda, The Umbrellas avevano già conquistato il mio cuore da tempo, una canzone come Three Cheers! potrà fare lo stesso con chiunque sia alla ricerca del perfetto brano indiepop.
A tratti vengono in mente i Primitives, a momenti i Weather Prophets di Pete Astor, ma si potrebbe andare avanti e citare tutto il gotha dell’indiepop degli ultimi quarant’anni e le citazioni non risulterebbero mai fuori luogo o poco centrate: una canzone esultante come Goodbye (che, parlando di una relazione finita male dovrebbe, in teoria, essere decisamente più cupa) potrebbe essere in scaletta su qualsiasi album degli Heavenly, eppure risulta fresca e originale. E irresistibile.

Per chi avesse problemi con il troppo zucchero, a chiudere il trittico iniziale, arriva Toe The Line, a metà strada (e in perfetto equilibrio) tra The Jesus & Mary Chain di Psychocandy e Wedding Present. Ci sono più energia e dolcezza racchiuse in questi 136 secondi che in interi album. E, poi, per non farsi mancare proprio nulla, le chitarre di Echoes sembrano uscite dalla mente di Johnny Marr, mentre Stanley riempie di melodia zuccherina una riflessione dolceamara sul tempo sprechiamo correndo dietro ai nostri sogni (“Everything was just beginning/ And I used to feel so tall/ Watched my dreams become an echo down the hall”).

Se The Umbrellas era un piccolo miracolo melodico, traboccante di fulminanti e irresistibili inni indiepop, Fairweather Friend è un miracolo molto più grande, più ambizioso e scintillante (un po’ come quando quel tale è passato dal moltiplicare pani e pesci e cambiare l’acqua in vino, a resuscitare i morti).
Tutti i dieci brani che lo compongono sono immediati, zuccherini ed esultanti, perfettamente riusciti. The Umbrellas sono evidentemente riusciti a catturare l’urgenza sonora che caratterizza i loro spettacoli dal vivo e l’hanno bilanciata con arrangiamenti misuratissimi e un songwriting esuberante, sempre più sicuro e raffinato. Nei trentacinque minuti di Fairweather Friend non esistono momenti di stanca: le melodie cristalline si abbinano a passaggi chitarristici e percussivi efficacissimi e il perfetto amalgama delle voci maschile e femminile, che si alternano e sovrappongono, dà vita ad armonie che sarebbe stato difficile sognare anche nei nostri sogni indiepop più sfrenati.

Diversamente da come accade piuttosto di frequente in tanti lavori del genere, però, la forza di Fairweather Friend risiede soprattutto in un eclettismo sonoro notevolissimo, dovuto, come dicevo, a un songwriting decisamente al di sopra della media.
E così, se la fulminante Games potrebbe ancora essere frutto della penna (ispiratissima in questo caso) di uno dei tanti gruppi epigoni -a stelle e strisce- degli Heavenly, Gone una vitalissima rilettura di certo power pop e When You Find Out un brano del prossimo album degli scozzesi Camera Obscura (se, invece, di virare verso il Country Folk, decidessero di fare inversione a U e tornare al loro suono più indie), sono le trame chitarristiche, intrecciate al sapiente uso delle tastiere, della conclusiva PM (“With each passing day/ How often do you change?/ Was it all in vain?”), la malinconica dolcezza acustica di Blue, che si avvicina a certe delicate ballate degli australiani Lucksmiths, o Say What You Mean, caratterizzata dall’uso della viola “al modo di Arvo Pärt” -come ci avvertono gli stessi musicisti- a rendere questo album imprescindibile e a fornire uno spiraglio verso i possibili sviluppi futuri del suono di The Umbrellas.

Il secondo lavoro di The Umbrellas, così, a dispetto dei suoi testi tutt’altro che sbarazzini, finisce per essere esattamente il contrario di quello che proclama il titolo dell’album: se il “fairweather friend” è quell’amico che è sempre lì per te, tranne che nel momento in cui ne hai davvero bisogno, le melodie di californiani sono, invece, proprio ciò che sarà lì e potrà salvarci quando arriveranno i momenti bui.
E, di questi tempi, probabilmente, capiterà piuttosto di frequente.
Non c’è dubbio che possa ricordare da vicino gli Heavenly o i Beat Happening (o, meglio, un riuscito mix delle loro sonorità), o tutte le band straordinarie che ho citato e che -sia chiaro- non citerei mai a cuor leggero, ma Fairweather Friend è molto di più di un sopraffino e agile trattatello di melodia: è un colpo diritto al cuore di ogni appassionato di indiepop.
Anzi: è la definizione più chiara di indiepop che si possa fornire di questi tempi.


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