The Pastels – Up For A Bit With The Pastels

Francesco Amoroso per TRISTE©

Le ricordo ancora in maniera vivida le estati della mia prima adolescenza.

Iniziavano a giugno e sembravano eterne. I giorni si susseguivano pigri, piacevolmente monotoni e il fatto che non ci fosse nulla da fare, nessuna attività programmata o necessaria, nessun compito da portare a termine, li rendeva ancor più amabili e interminabili.

Spendevo il mio tempo, per lo più, su una anonima spiaggia adriatica (una “seaside town that they forgot to bomb…” avrebbe detto Morrissey, non fosse che, durante la guerra, era stata praticamente rasa al suolo ) a cuocere sotto il sole, in mezzo a tanti altri ragazzi e ragazze della mia età, nella convinzione che la vita vera sarebbe sì cominciata prima o poi, ma di certo non prima della fine delle vacanze.

Il momento più atteso, dopo una giornata fatta di un nulla che mi riempiva di impalpabile appagamento e gioia evanescente, era sempre la breve passeggiata che (spesso ancora bagnato per l’ultimo tuffo) mi riportava a casa al calar del sole. In quei brevi momenti (che facevo sempre in modo fossero di solitudine) indossavo le cuffie e facevo partire il mio walkman.

E’ stato proprio in quelle estati, tra il 1985 e il 1988, che la mia percezione della musica è cambiata, che ho conosciuto molte delle band che mi hanno formato e che ancora oggi fanno parte della mia esistenza, quasi come quel cugini maggiori che vedi raramente ma che ammiri e vorresti emulare.

Ascoltavo di tutto in quei giorni e avevo tanti amici che mi passavano cassette registrate, spesso dai vinili di fratelli maggiori o conoscenti già “universitari” e poco importava che genere suonassero le sconosciute band che mi venivano proposte, più i nomi erano oscuri, più i suoni risultavano alieni, più stuzzicavano la mia curiosità.

Una di queste cassette (una C90 di quelle che, si diceva, avrebbero alla lunga, rovinato le testine del mio walkman) aveva da un lato Horse Rotorvator dei Coil (un altro disco di cui prima o poi sarebbe bello parlare) e, dall’altro l’esordio di una band scozzese (anche se, mentre lo ascoltavo, non sapevo neanche quello): Up For A Bit With The Pastels.

Oggi dopo 30 anni di ascolti e di approfondimento, so che quell’album era un album importante: era la nascita dell’indie-pop prima dell’idea stessa dell’indie-pop.
Adesso nessuno mette più in dubbio l’importanza della band di Glasgow.

Up For A Bit… è, ormai, unanimemente riconosciuto come un lavoro originalissimo, innovativo nella sua semplicità. Reminiscente dell’estetica punk e influenzato in maniera evidente dal pop psichedelico dei sixties (con una geniale spruzzata di bizzarra orchestrazione) è stato l’antesignano e il pioniere di tanto jangly pop chitarristico.

Un album che, senza disdegnare la tradizione e senza alcuna pretesa di suonare sperimentale, si è posto, forse inconsapevolmente, come trait d’union tra l’art-rock dei Velvet Underground e il pop indipendente che, nei successivi 20 anni, sarebbe arrivato anche a conquistare le classifiche.

Classici come Baby Honey, la straordinaria I’m Alright With You, il quasi rockabilly di Get ‘Round Town, o la stralunatissima e trascinante Automatically Yours, hanno, nel tempo, fatto di questo esordio un album di culto che ha influenzato stuoli di musicisti indipendenti.

Allora, invece, mentre camminavo con il boxer bagnato, l’asciugamani intorno alla vita (molto più sottile di adesso) e il sole che si andava spegnendo dietro le colline (un’immagine del sole calante non può mancare quando si parla d’estate e di nostalgia, vero?), Up For A Bit… era, per me, nient’altro che una manciata di canzoncine irresistibili, un po’ sgangherate e anche vagamente stonate, delle quali non riuscivo proprio a liberarmi.

Non avrei mai pensato, tuttavia, che mi avrebbe fatto compagnia per tanto tempo e che sarebbe cresciuto insieme a me, senza naturalmente mai tradire il proprio entusiasmo puro e adolescenziale.

P.S.
1) Qualche anno fa ho intervistato Stephen McRobbie, in arte Stephen Pastel e, quasi commosso, l’ho ringraziato per i tanti anni di amicizia di cui inconsapevolmente mi ha fatto dono.
2) E’ stato quasi altrettanto emozionante quando un altro Stefano, mio figlio, allora duenne, ha preso a canticchiare I’m Alright With You, storpiandola in “ha mutande blu”, come solo un candido bambino può fare.

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