È un itinerario di piena presa di coscienza, oltre che di graduale messa a fuoco della propria visione artistica e socio-politica, quello delineato da Emanuela Ligarò a partire dalla pubblicazione di Transitions nel 2019, un processo di affinamento graduale mirato a fare emergere ogni sfumatura di una personalità vitale ed incline ad una profonda emozionalità.
“I Pogues, nel ricreare musica irlandese a Londra, circondati ovunque da inglesi, stavano riportando alla luce una cosa perduta, un compendio di musica irlandese per espatriati e celti di seconda generazione.” R.Moody, Musica Celestiale, Bompiani 2015
Siamo, è noto, nel pieno di una vera e propria Irish invasion. Non ci riferiamo esclusivamente alle imprese musicali a noi ormai famigliari di Fontaines D.C., Murder Capital, Lankum, Pillow Queens e Gilla Band, ma anche ai romanzi di Sally Rooney e Paul Lynch (fresco vincitore di Booker Prize con Il Canto del Profeta), ai film di Martin McDonagh (avete visto in particolare il suo recente e bellissimo Gli Spiriti dell’Isola?), alla consacrazione di un attore come Paul Mescal, restando ai nomi di cui abbiamo tenuto traccia nei nostri taccuini.
“Silent whispers, or some kind of words” (The Ring)
Sebbene personalmente sia sempre stato molto scettico circa la possibilità di incasellare artisti e band in una scena o in un genere preciso, devo ammettere che, quando mi trovo di fronte a un album di Fog Pop avrei davvero grandi difficoltà a trovare un termine migliore per descrivere il suo contenuto sonoro. Si parla di Fog Pop da almeno due o tre anni, un termine decisamente centrato, coniato proprio da Glenn Donaldson, che con i suoi The Reds, Pinks & Purples, è un po’ il pioniere e il catalizzatore della scena proveniente da San Franciso e dalla Bay Area. Se dovessi provare a descrivere questo “genere”, a chi -ahilùi- non si è mai imbattuto in una delle numerose produzioni che, in qualche modo si rifanno a questa scena, potrei provare a menzionare le chitarre jangle, i ritmi rilassati, le registrazioni Lo-Fi, il minimalismo, una certa candida sincerità e una smisurata passione per l’indiepop “da cameretta” britannico degli anni ’80 (fatto da gente che di nebbia se ne intendeva, in effetti). Potrei citare le melodie e la disarmante semplicità delle strutture sonore. Se, però, dovessi scegliere una sola band non potrei fare a meno di citare i Flowertown: il Fog Pop!
Francesco Giordani. Caro Francesco, ti scrivo dopo aver ascoltato, in auto, e dall’inizio alla fine, senza pause (una sì, lo confesso, ma solo per controllare l’esito infausto di Bayern Monaco-Lazio…), questo disco dei nostri beniamini manchesteriani. La mia destinazione era l’aeroporto di Fiumicino, dove i miei genitori appena atterrati mi attendevano e il caso ha voluto che, per via di alcuni non meglio precisati lavori, ad un certo punto il tragitto comportasse un’imprevista deviazione per Trigoria (sigh…). Questo ha fatto sì che, a mano a mano che mi addentravo nell’ascolto delle canzoni dell’album, la mia vista si perdesse nel buio di strade tortuose, mai battute prima, spesso dissestate o pochissimo illuminate, scandite da curve a gomito e improvvisi avvallamenti, in un’identificazione ai limiti dello psicomagico con i riff bizantini, piacevolmente debordanti, “ipnagogici”, di John Squire.
“All we could do Forever blue You breathe for me I’ll breathe for you Light and darkness swim through the night Your soft hand in mine“
Non so bene quando, ma a un certo punto le cose hanno cominciato ad andare per il verso sbagliato. Coloro che, avendone mezzi e possibilità, avrebbero dovuto guidarci, usare a fin di bene le proprie conoscenze, la propria posizione, il proprio potere, la propria influenza, per portarci, noi tutti, esseri umani, verso un cambiamento, verso un miglioramento, verso un arricchimento della società e degli individui, hanno finito per irregimentarsi e seguire il gregge, per farsene loro stessi influenzare, e, invece di scegliere di cercare di indirizzare le pecorelle smarrite verso un sentiero virtuoso, le stanno accompagnando, allegramente, verso il baratro. Forse è successo quando l’avvento della rete e dei social network ha trasformato tutti -anche gli sparuti intellettuali superstiti- in tristi personaggi in cerca di consenso, di riscontro immediato, di un prestigio non più faticosamente guadagnato con lo studio e l’impegno, ma con lo spasmodico inseguimento del trend del momento, del carro a cui agganciarsi per ottenere il fatidico quarto d’ora di celebrità.