Alliyah Enyo – Echo’s Disintegration

Francesco Amoroso per TRISTE©

Una premessa è doverosa: questa non è una recensione. Non che le altre cose che scrivo qui lo siano in maniera incontrovertibile, ma, quando le scrivo, l’intento neanche tanto velato sarebbe quello. In questo caso non ci provo neanche. Non ho gli strumenti adatti, né la cultura adeguata, né, tantomeno la voglia.
Forse mi sto spingendo troppo oltre, in territori per me non troppo esplorati e avrei fatto meglio a raccontare dell’ennesimo disco folk o jangle pop (ce ne sono tanti di cui mi piacerebbe ancora parlare e che meriterebbero) oppure, giusto per attirare qualche click o qualche polemica (che poi fanno sempre un sacco di click) avrei potuto scrivere una bella classifica dei migliori dischi di una decade a caso.
Ma sento il bisogno di rischiare e proverò a parlare di Echo’s Disintegration, la prima testimonianza incisa dell’arte della giovane musicista di Leeds (trapiantata a Edimburgo) Alliyah Enyo.

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Sophie Jamieson – Choosing

Francesco Amoroso per TRISTE©

Sophie Jamieson arriva da Londra e scrive canzoni intime, fragili, viscerali e disperatamente oneste.
Forse, nel leggere una presentazione del genere, avrete pensato che, in fondo, non ci sono particolari novità e che di giovani musiciste che cantano indossando il proprio cuore sulle maniche* (dovrei dire “cantano con il cuore in mano”, ma la traduzione letterale dell’espressione inglese, amata da Shakespeare, mi sembra decisamente più d’effetto) ce ne sono tante.
Allora vi avverto subito: Sophie Jamieson eleva queste caratteristiche all’ennesima potenza.
Quando ho avuto occasione di parlarle (sempre grazie a Rockerilla!), mentre mi raccontava, con estremo candore, le vicissitudini che hanno preceduto (e ritardato) l’uscita di Choosing, il suo album d’esordio, più volte ho avuto la sensazione che Sophie si trovasse sull’orlo della commozione, che la sua confessione fosse così emotivamente sentita che proseguire le pesasse. Eppure le sue risposte hanno continuato ad arrivare, sincere, dirette, crude. A costo di farsi male.

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Field School – When Summer Comes

Francesco Amoroso per TRISTE©

Piovve tutta la notte
Sulle memorie dell’estate”
(A. Pozzi, Morte di una stagione)

Ho vanamente tentato di rovistare nella memoria, alla ricerca di questi due brevi versi della poetessa Antonia Pozzi citati in esergo, ma ho dovuto arrendermi (arrendermi al decadimento della memoria, ma anche al mio cervello sempre più pigro e abituato ai supporti tecnologici) e, nel cercarli in rete, mi sono imbattuto in quello che, un’altra poetessa, Cristina Campo -che, confesso, conosco pochissimo-, scriveva a un’amica: “Antonia Pozzi dice: Piovve tutta la notte sulle memorie dell’estate. Così voglio credere che stamattina sia settembre — le memorie di questa estate già sepolte, come le foglie fradicie. Bisogna vivere tutto fino in fondo. Ogni volta che si torna indietro è per tracciare di nuovo il cerchio, ancora e ancora finché non sia perfetto.“ (dalla lettera a Margherita Pieracci Harwell del 27 luglio 1957. Cristina Campo – Lettere a Mita).
When Summer Comes, l’album d’esordio di Field School, nome d’arte di Charles Bert, con le sue dodici canzoni, afferma esattamente quello che prima Antonia Pozzi e poi Cristina Campo avevano così magnificamente espresso.
Ma andiamo in ordine.

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Federico Madeddu Giuntoli – The Text and the Form

Peppe Trotta per TRISTE©

Il tempo viaggia veloce assecondando i dettami imposti da un vivere postmoderno sempre più frenetico e poco incline alla riflessione. Esserci sempre, produrre instancabilmente, seguire le linee del gusto imperante. Eppure in tutta questa frenesia c’è chi riesce ad essere voce fuori dal coro, chi sceglie la propria strada interrogando se stesso piuttosto che adeguarsi. E da questa premessa spesso nasce linfa fertile distillata con grazia inusuale e capace di colpire dritto al cuore.

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Arny Margret – They Only Talk About The Weather

Francesco Amoroso per TRISTE©

Era una notte buia e tempestosa.”
Quanti di noi associano questo incipit (“It was a dark and stormy night” in inglese) all’uso che ne faceva Snoopy come inizio delle sue storie?
Invece è una frase scritta da Edward Bulwer-Lytton nel romanzo Paul Clifford, pubblicato nel 1830. E se del barone Edward Bulwer-Lytton, a 150 anni dalla morte, nessuno si ricorda più, nonostante alla sua epoca ebbe un enorme successo di pubblico, di quella frase ci ricordiamo tutti. E’ diventata, anzi, una specie di topos letterario al quale si ricorre ogni qual volta si vuole un po’ prendere in giro una scrittura banale e sciatta.
Parlare del tempo – nonostante una volta fosse non solo considerato l’unico argomento non disdicevole da affrontare tra sconosciuti, ma anche uno degli elementi centrali delle arti letterarie e visive – è ormai considerato un modo neutro per avviare chiacchiere di circostanza, per eludere un imbarazzante silenzio.
Insomma il più classico esempio del parlare di nulla.

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