The National @ Alexandra Palace, London – 14/11/2013

Invecchiare può voler significare diverse cose. L’ho scoperto qualche giorno dopo il mio compleanno, quando mi sono presentato alla porta dell’Alexandra Palace ed ho realizzato che il mio biglietto non era valido per quella serata, ma per quella successiva.

L’Alexandra Palace è senza ombra di dubbio, a Londra,  la venue più lontana da casa mia (ed una delle più belle in cui abbia mai messo piede); raggiungerla vuol dire essere pronti a farsi un’ora e 20 di trasporti pubblici e 10 minuti a piedi – con i tempi del servizio pubblico romano, è un po’ come andare a Foggia. Irraggiungibile.

the national live

Invecchiare però non significa solo perdita di memoria, ma anche riuscire a capire il significato di “I’ll never be anything you’ll ever wanted me to be” detto sulle note di Slipped, quando realizzi – grazie alla tua ragazza – che Matt Berninger non “ha una bella voce”, ma in qualche modo per te è la più bella che ti sia capitato di udire.

Ed è quello che pensi per tutto il tempo, pure quando sulle note di Abel (grazie davvero, mai avrei pensato di poter ascoltare dal vivo la mia preferita) la sua voce diventa urlo, e quella sagoma di calma che ricopre la sua figura sparisce di colpo per lasciare spazio al profondo malessere che non trova sfogo se non in una performance nevrotica, catartica.

Nella setlist trovano spazio molte delle canzoni dell’ultimo album, fra cui la bellissima Pink Rabbit – non me l’aspettavo – I Should Live in Salt e i due singoli Don’t Swallow The Cap e Graceless. Anche se deluso dall’assenza di Cardinal Song – fatta la sera prima – riesco ad ammirarli nelle performance di Slow Show, Fake Empire e All The Wine tutti presi da album precedenti.

Il concerto si chiude con due perle, regalate a quella parte del pubblico che li ha aspettati per l’encore (ma come si fa ad andare via prima?!?): Terrible Love e Vanderlyle Crybaby Geeks.

La prima mi fa piangere per l’intensità e il pensiero che Birdy abbia fatto credere a parte del pubblico mondiale (quello che è andato via prima del bis?) si tratti di una canzone sua. La traduzione italiana sarebbe Male di Miele degli Afterhours cantata da Marco Marfè.

La seconda è il modo con cui i The National hanno deciso di congedare il pubblico (lo fanno in tutti i loro show), che è un modo per mandarli a casa con tanta bellezza negli occhi. Una maniera che ricorda tanto la tazza di latte caldo con cui la mamma ti mandava a letto da piccolo: una coperta di affetto e amore che lascia svanire i dubbi e le debolezze, il pensiero che stai invecchiando.

Una lezione di vita.

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