EELS @Royal Albert Hall – 30/06/2014

Non faccio certo mistero del fatto che EELS sia il mio artista preferito. Fu colpa di Electro-Shock Blues e – probabilmente – uno fra Rumore, Rockerilla o addirittura RockStar a farmelo conoscere. Ero al liceo o giù di li, e fu uno dei tanti motivi per cui decisi di imparare decentemente l’inglese. Passare le giornate a studiare i testi, capire come si potesse parlare di cose tanto tristi così. Un modo unico di elaborare il lutto: con grazia e leggerezza.

È veramente dura scindere il personaggio dal cantante, perché il suo modo di suonare, di cantare di esibirsi di parlare al cuore della gente è un dono irrazionale – qualcuno potrebbe definirlo divino, non io – che lo ha reso il più grande cantautore della propria generazione.

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Giusto per arrivare al punto senza girarci attorno: è stato il più bel concerto che abbia mai visto, un’esperienza che ha letteralmente travolto il pubblico in sala. Letteralmente perché alla fine del primo set Mr.E – aka Mark Everett – è sceso dal palco ed è andato ad abbracciare tutti in platea. Non qualche persona, tutti, facendo un giro in mezzo al suo pubblico che aveva giusto definito “You are all Royals to me”, appena dopo aver salutato e ringraziato (Ah-Ah)  il grande Royal Albert per averlo fatto esibire lì.

Io non ho grande conoscenza di Andy Kauffman se non per come venne ritratto da Milos Forman in un film splendido, ma questa scena mi ha fatto pensare immediatamente a quella del suddetto film in cui L’uomo sulla luna offre latte e biscotti a tutto il pubblico alla fine dello show. Ed è proprio quello che lo spettacolo ha rappresentato: un’artista capace di fare ridere, commuovere e piangere nel giro di un secondo così come riesce a fare magistralmente su disco. Una connessione col pubblico mai vista prima, tutti avevano gli occhi lucidi all’uscita.

Mr.E si è presentato al pubblico con un piccolo discorso sul fatto che da sempre avrebbe voluto suonare l’organo della sala, ma gli fu sempre proibito. Poi qualche battuta sulla scaletta “now I’ll play some bummers” ed il main set si apre sulle note di Where I’m At per poi chiudersi su quelle di Where I’m Going. Una setlist che mi ha regalato alcune fra le mie canzoni preferite: Mansions of Los Feliz, A Line In The Dirt, My Timing Is Off, una meravigliosamente riarrangiata Fresh Feeling, Lockdown Hurricane e Mistakes Of My Youth, prima di prolungarsi 3 volte a seguito dell’incitamento del pubblico. Nel secondo encore ha addirittura cantato Can’t Help Falling In Love di Elvis.

Un pubblico sempre presente e sempre cercato da Mr.E, pure quello probabilmente annoiato che mi stava di fianco, visto che ho cantato ogni singola parola per tutto il tempo – ad un volume basso, giuro. Ah no, tutte tranne una, Blinking Lights (For Me), quella che mi ha strappato le lacrime e che ho interrotto a metà. Perché quando senti che dalla vibrazione delle sue corde vocali esce “one day I will be alright again” e pensi a tutto quello che ha passato, non solo come fan, ma come essere umano, ti commuovi.

E forse è proprio questo che il concerto ha rappresentato più che altro, il fatto di non essere un concerto in sé e per sé, ma una parentesi catartica di due ore. Un tatuaggio dell’anima. Una persona che svela al mondo il proprio universo interiore ed il risultato è un trionfo di umanità, lacrime, sorrisi, gioia e la constatazione che per quanto si possa passare e pensare nella vita, sono momenti come questo che rendono il viaggio “worth”.

Il live si chiude così, con Mr.E che esaudisce il proprio sogno di suonare uno degli organi più famosi del mondo ed il nostro di aver assistito ad un evento che porteremo sempre con noi.

Grazie di tutto, Mark Everett.

PS:

 

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