Elliott Smith – Either/Or

Francesco Amoroso per TRISTE©

È il senso di precarietà a pervadere ogni singola nota che esce fuori dai solchi degli album di Elliott Smith. Quel senso di precarietà con cui siamo costretti a fare i conti tutti i giorni della nostra esistenza.

Potrei fermarmi davvero qui. Perché dire qualsiasi altra cosa sulle canzoni di Elliott Smith e sui suoi album mi risulta, in qualche misura, difficile e doloroso. E inutile.

La sua voce indifesa e le sue fragili melodie, accompagnate alla difficoltà della sua vita e alla sua tragica, quasi inverosimile, fine, dicono già dell’artista americano più di quanto qualsiasi (sedicente) critico musicale potrebbe dire. Basta l’ascolto di pochi minuti di uno dei suoi brani per comprendere immediatamente che Elliott era, per dirla all’americana, The Real Thing.

ElliottSmith_EitherOrA me l’illuminazione è arrivata, per caso, in un negozio di dischi usati di Londra, nel 1998. Fino a quel momento non avevo mai sentito nominare lui o i suoi Heatmiser ma quando nell’angusto (e, al solito, polverosissimo) negozio cominciò a diffondersi quella che avrei poi scoperto essere Ballad Of Big Nothing, ebbi la fulminea intuizione di aver incontrato un musicista da cui non mi sarei più allontanato facilmente.

La giornata finì con l’acquisto di un promo di Either/Or (l’unica versione dell’album che avevano al negozio), terzo e, in quel momento, ultimo album solista di Smith. Le melodie a cavallo tra pop e cantautorato indie mi catturarono immediatamente, così come quella voce non propriamente bella ma di una sincerità talmente disarmante da far paura.

L’ho conosciuto con Either/Or, Elliott Smith, e non mi è stato più possibile amare un suo album allo stesso modo, nonostante la rude bellezza dell’omonimo esordio e di Roman Candle o la maggiore raffinatezza melodica e degli arrangiamenti dei successivi XO e Figure 8.

Either/Or, il cui titolo è preso di peso da Soren Kierkegaard, non ebbe gran successo negli States e solo un po’ di più in Gran Bretagna, mentre da queste parti in molti continuarono a ignorarlo a lungo. Pochi mesi dopo l’uscita dell’album, tuttavia, il nome di Elliott Smith sarebbe stato sulla bocca di tutti, grazie alla candidatura all’Oscar di un suo brano contenuto nella colonna sonora di Good Will Hunting, Miss Misery.

Le vicende successive della sua carriera (dopo la candidatura agli Oscar, firmò un contratto con la major Dreamworks) e della sua vita privata (con la depressione, l’alcolismo, l’abuso di droghe) che lo portarono ad autoinfliggersi (?) due letali coltellate ad Echo Park alla fine di ottobre del 2003, hanno fatto sì che Elliott Smith divenisse una delle icone giovanili della musica dei nostri anni, all’ombra di Kurt Cobain e Jeff Buckley. Non c’è nulla di meglio che morire giovani per rimanere nell’immaginario, soprattutto dei giovani.

Eppure sarebbe bastato prestare attentamente orecchio alle sue canzoni e ai suoi testi già molto prima di quella tragica fine per rendersi conto di avere davanti un cantautore davvero rilevante, un autore capace di dare voce non solo alle insicurezze e alle latenti paure di una generazione, ma di descrivere con sincerità e semplicità sentimenti universali e senza tempo.

Il vano dibattersi in un mondo ostile e indifferente di Speed Trials, l’amara consapevolezza dell’autolesionismo tipico della gioventù (“Nobody broke your heart/You’re alone, it must be you that wants to be apart”) di Alameda, il pessimismo quasi banale, ma così vero, dell’orecchiabilissimo ritornello di Ballad Of Big Nothing (“You can do what you want to whenever you want to/ Though it doesn’t mean a thing/Big nothing”) e, ancora, le solitudini raccontate in Between The Bars, in No Name#5, o nell’autobiografica 2:45, l’amara ironia di Rose Parade, il vagheggiare l’infanzia come un’età dell’innocenza di Punch & Judy, l’amore come unico rifugio dalle brutture della vita di Angeles, sono tutti esempi (in un solo album!) di una poetica profonda e sentita, priva di inutili intellettualismi e pose da artista torturato.

Tuttavia è l’ultima canzone dell’album, Say Yes, quella che dovrebbe chiudere il lavoro con un raggio di sole, dopo tanta disperazione, a essere il fiore all’occhiello di Either/Or: “I’m in love with the world through the eyes of a girl/Who’s still around the morning after” canta Elliott con la consapevolezza che la bellezza del mondo sia sempre, inevitabilmente, accompagnata dalla precarietà.

È probabilmente la sua affermazione più ottimista e, al contempo, la più disperata. E non ce ne libereremo facilmente.

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