Low – Ones and Sixies

Nemo Thibaud per TRISTE©

In fondo non puoi fare altro che incazzarti. Puoi sbatterti, lottare per fare qualcosa di buono per tutta un’intera vita ma quando capisci che tutto ha una scadenza non puoi che arrenderti.

Quando incontri quelle coppie di anziani signori al ristorante sposati da una vita che non si parlano, è perché non c’è più niente da dirsi e va bene così. Ti arrendi perché sai che ci sarà il giorno in cui dovrai andartene e prima ancora, il giorno in cui quello che avevi da dire ormai già l’hai detto.

Questo è Ones and Sixies: la resa. Una resa di gran classe.

LOW_OnesSixes_coverSolitamente la cosa che più adoro fare quando ascolto un buon album è provare a capire quale sia il concept alla sua base, i motivi che hanno portato l’artista a produrlo o più concretamente il suo contenuto. Figuriamoci coi Low che hanno fatto dell’attenzione ai testi uno dei loro dogmi fondamentali.

Nel caso di Ones and Sixies, ultimissimo album dei Low, non mi interessa nulla di tutto ciò e credo neanche a loro. Se cercate quindi un’analisi simbolista di strofe, rime o parole abbandonate questa pagina.

No, in questo caso è solo una questione sinfonica. E di rabbia (che non è stanchezza). La grande differenza tra questo lavoro e i 10 album precedenti che la band mormona dal Minnesota ci ha regalato è proprio lì, insieme all’assenza di chiare impronte folk.

I pad, i noise o le distorsioni elettroniche che troviamo nelle tracce di Ones and Sixies – soprattuto all’inizio (le migliori dell’album) – non sono tanto un segnale di transizione bensì un allegorico viaggio nella vita della band stessa e di ognuno di noi. C’è l’amore, la delusione, la gloria, la guerra, la giovinezza e la leggerezza.

Ones and Sixies va ascoltato tutto d’un fiato, senza pause, preferibilmente la sera: è un album per vampiri. Un piccolo viaggio fatto solo per i pochi che riescono a ritagliarsi un momento per pensare da soli.

Una lenta e seducente marcia verso la ricerca di un senso che credo questa esistenza non ha se non nei ricordi che si sedimentano nella nostra mente. Una serie di effimeri, sparuti momenti (anche lunghi) che hanno fatto di noi quello che siamo. Lo sanno anche i Low questo.

L’album è bello per chi ha voglia di trascorrere un tramonto solitario con le proprie gioie e le proprie paure: un tesseract della vita di ognuno di noi. È quasi come se in Ones and Sixies trovassimo un riassunto umorale di tutti gli album precedenti del gruppo. Ognuno di essi aveva un preciso temperamento.

Il capolavoro poi, il Graal, si trova verso la fine: con Landside troviamo tutto quello che avevamo imparato ad adorare nei Low. Anche questa volta però con una cadenza diversa, più decisa, più arrabbiata, più sperduta. E qui di elettronico non c’è proprio nulla. La resa.

Poi certo ci sono anche le controindicazioni per l’ascolto. Questo è un album non per tutti (ma va bene così) e non per tutte le stagioni, come avrete capito.

Odio gli aforismi ma per il mio primo articolo TRISTE© concedetemi una cosa:

“Nella morte non c’è niente di triste, non più di quanto ce ne sia nello sbocciare di un fiore. La cosa terribile non è la morte, ma le vite che la gente vive o non vive fino alla morte.”
Charles Bukowski

Ecco, io vorrei far sapere ai Low che il loro lavoro qualcosa di molto buono (tipo I Could Live in Hope o Things We Lost In The Fire)  ce l’ha lasciato e che in futuro ci sarà più di qualche persona pronta ad ascoltare il loro lavoro durante un tramonto molto molto TRISTE©.

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