Jen Cloher – s/t

Vieri Giuliano Santucci per TRISTE©

Una delle passioni che mi porto dietro da quando sono piccolo (davvero molto piccolo) è l’amore per i film di Woody Allen.

Quello che sin dall’inizio carpì la mia attenzione erano la raffinata ironia dei personaggi, il prendere in giro il pezzo di società di cui al tempo stesso si è parte integrante, e ovviamente la marcata ipocondria di Woody, tratto che già da piccolo coltivavo in me con certosina precisione.

Ricordo però che vedere questi film era per me anche una piccola sofferenza: sapere che esisteva una persona come lui era demoralizzante per me, che avrei voluto essere così (no, non vorrei sposare una mia ipotetica figlia) ma non avrei mai potuto essere come lui, proprio perchè già c’era lui.

Questo sentimento, che riduttivamente potremmo inglobare nel concetto di invidia, può essere comune a molti quando ci si trova di fronte a qualcuno che stimiamo molto nel fare cose che vorremmo fare anche noi. E forse la sensazione di frustrazione risulta aggravata se tale persona ci è molto vicina: un amico, un parente, il proprio amore.

Lo sa bene Jen Cloher che negli ultimi anni, per sua stessa ammissione, ha subito negativamente il grande successo della propria compagna, Courtney Barnett. I risultati estremamente positivi di Courtney erano un freno per la produzione di Jen: invidia, certo, ma anche perdita di fiducia nei propri mezzi.

Fortunatamente Jen ha ritrovato la propria vena creativa e in questo Agosto è tornata, dopo tre anni, con un nuovo album sulla lunga distanza. E forse proprio il fatto che il disco sia self titled è segno della ritrovata convinzione dell’artista di Melbourne.

Se la vena rock che contraddistingue le produzioni precedenti rimane marcata in buona parte del disco (e più precisamente nella seconda metà, a partire da Shoegazer e Strong Woman), molti pezzi risentono piacevolmente dei “tempi che corrono” e, sicuramente, della vicinanza della Barnett.

Brani come Forgot Myself, in apertura del disco, o la bellissima Regional Echo sono pervase, seppur con in modi diversi, da un mood profondamente slacker, un mix di “facciamocela prendere bene” (Forgot Myself) e melanconica rassegnazione (Regional Echo) perfettamente riuscito.

E se aggiungiamo che in chiusura del disco Jen si concede due ottime ballad, Waiting in the Wings e la delicatissima Dark Art (“loving you is like a dark art”), questo ritorno risulta un bellissimo intreccio di diverse ispirazioni, tutte perfettamente coerenti, riunite nella voce e nella chitarra della cantautrice australiana.

L’invidia è una brutta bestia, ma a volte può darci una grande spinta. L’importante è trovare il modo giusto di interpretarla.

“Envy is the bond between
The hopefull and the damned.” (Green is the Colour)

 

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