Flavio Giurato – Le promesse del mondo

Francesco Giordani per TRISTE©

Non chiamiamolo maestro, ok.

Ma chi più di lui merita oggi questo titolo?

Flavio Giurato, si è detto più volte da più parti, non ha lasciato in eredità stili o maniere replicabili, non ha fondato scuole, non ha codificato la sua arte musicale in canovacci né tanto meno collaudate strategie.

No. Flavio Giurato, artigiano romano che intaglia a mano libera le sue canzoni, (e che in bottega le canzoni se le incide, se le stampa e se le vende pure, senza il supporto di chicchessia), ha descritto, dal 1978 ad oggi, una parabola folgorante quanto imprevedibile, che si è tradotta in un’opera musicale altrettanto irregolare, vitale, incandescente, avventurosa, visionaria. Tra le più originali e “assolute” dell’intera storia della canzone italiana.

Con Le Promesse del mondo Giurato chiude mirabilmente la cosiddetta trilogia “digitale”, inaugurata, dopo un ventennale silenzio, con Il Manuale del cantautore nel 2007 e proseguita appena due anni fa con il bellissimo La scomparsa di Majorana.

Il nuovo disco, quasi riprendendo il filo (anzi: la fune) del tragicamente meraviglioso Marco Polo del 1984, propone una narrazione polifonica, franta, musicalmente apertissima, del “fenomeno migratorio”. Come spiega Giurato “nel disco il fenomeno è preso a tutte le latitudini e longitudini ed in diverse epoche storiche, dall’antica Roma alla Seconda Guerra Mondiale, dai Balcani degli anni ’90 fino al Messico e al Mediterraneo dei nostri giorni.”

Il rombo che sentiamo a poco a poco avvicinarsi nella sublime ouverture Soundcheck, ci ammonisce Giurato, appartiene al grande fiume della Storia. Fiume che “scorre”, si fa onda burrascosa e rimescola le sue correnti, le sue schiume, i piani temporali, gli echi intrecciati delle epoche in tumulto, le risposte e le domande, la voce dei morti, l’urlo dei vivi.

Ma la “deriva” verso il Mare di questo album-mondo segue rotte multiple. Il Tevere, fiume nel Fiume, è spesso presente, catturando in un balenio la vicenda sacrificale del partigiano romano dodicenne Ugo Forno (e il pensiero corre quasi all’esordio Per Futili Motivi), fino a lambire il realismo “magico” della Roma odierna delle manifestazioni di piazza e del papa argentino (la criptica Digos, già nota da tempo ai fan, e la bellissima In Mezzo Al Cammino).

Giurato, un po’ ventriloquo un po’ sciamano, ibrida anche le lingue, dal napoletano passa (anzi: migra) al castigliano, dall’inglese all’italiano, dal cantato al recitato, affrescando canzoni magmatiche, detritiche, fluviali, intimamente politiche ma mai inutilmente politicizzate (Giurato è un testimone, mai un giudice). Un “canto libero” che raggiunge, nell’eponima Le Promesse del mondo, ne L’ipocrisia e ne I lupi, tre apici espressionistici di incredibile forza poetica.

E se cominciano con l’acqua, in acqua le Promesse anche finiscono, ciclicamente, riversandosi nell’apocalisse incruenta di Agua mineral. Del resto l’acqua è da sempre uno degli elementi ricorrenti nella scrittura di Giurato: come dimenticare i riflessi mossi della Laguna di Orbetello o anche quelli, sottilmente metafisici, delle piscine agonistiche da cui emergeva, ogni volta rinato, Il tuffatore dell’omonimo capolavoro del 1982?

Il viaggio nel tempo e nello spazio di quest’ultimo Giurato si conclude dunque di fronte alla nuda, quasi morandiana, visione di una bottiglia di acqua minerale. Agua mineral è una canzone antichissima, fuori dal tempo, che Giurato sostiene di aver scritto e riscritto per sessant’anni. Una canzone ispirata da una bottiglia-talismano, vista (o sognata?) da bambino, durante un viaggio in Sud America al seguito del padre ambasciatore.

Per Giurato nelle etichette delle bottiglie d’acqua è riportata la storia della nostra vita. Siamo fatti di acqua. Anzi: siamo acqua che scorre, che si dilegua, che ritorna. Ma acquatico, liquido, sfuggente, è anche il tempo che ci appartiene e nel quale siamo destinati a tuffarci e scomparire, per rinascere ogni volta “dall’acqua all’aria”.

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