Morrissey – Low In High School

Francesco Giordani per TRISTE©

L’uomo che ha definito l’Italia (fino a ieri l’altro amatissima) un paese meno sicuro della Siria, in arte Morrissey, è tornato.

Non si è fatto attendere troppo a lungo, visto che la sua ultima – e, a parer di di chi scrive, notevole – apparizione discografica, World Peace is None Of Your Business, data luglio 2014.

Oggi è quanto mai difficile occuparsi della musica del Nostro senza quasi subito inciampare rovinosamente nelle sue ingombranti (eufemismo) opinioni su più o meno qualunque argomento – per comprendere la tempra dell’uomo e dell’artista, raccomandiamo la visione di questa rara intervista rilasciata in esclusiva qualche tempo fa a Larry King. Tuttavia, su siffatte controverse opinioni, glisseremo con la grazia dovuta agli ospiti di rilievo.

Questo nuovo Low in High School, album registrato fra Roma e Saint-Remy-De-Provence sotto la collaudata regia di Joe Chiccarelli, si iscrive appieno in un ipotetico “terzo ciclo” della produzione dell’Inglese.

Un ciclo inaugurato idealmente dal formidabile You Are The Quarry (2004) e caratterizzato da un estro quanto mai vagabondo, irrequieto, dagli esiti spesso ricercatamente irregolari. In questa stagione “senile” solo sulla carta, in realtà tutta capricci, bizzarrie ed eccentrici lampi di stile, Morrissey, novello Lord Byron dei nostri tempi, non ha infatti smesso per un solo istante di mettersi in scena in tutta la propria esuberante verità.

I principi basilari della filosofia morrisseyana della perenne scontentezza si spiattellano con melodrammatica eloquenza (“The more I wish in my heart for someone the less likely they come”) già nell’inaugurale My Love, I’d Do Anything for You, che si fa largo con passo aristocratico, fra ampollose orchestrazioni cinematiche alla John Barry e memorie di Scott Walker.

Tralasciando i tre stanchi singolacci – davvero poca cosa, sebbene il giro dell’amara Spent The Day In Bed renda discreta gloria al tastierista Gustavo Monzur, co-autore del brano – il cuore pulsante del disco va cercato sopratutto nel polittico costituito da Home is a Question Mark (numero smithsiano in tutto e per tutto), I Bury The Living, In Your Lap (entrambe bellissime) e The Girl from Tel-Aviv who wouldn’t Kneel, tango in odore di Aznavour, a dir poco delizioso quanto di fatto sorprendente.

A cantare queste canzoni è un uomo che guarda con curiosità, dolore ma anche supremo spavento al mondo contemporaneo, interrogandosi sulle manipolazioni dei media, sul significato dei conflitti e delle divisioni mondiali (la struggente Israel), ma soprattutto, da vero Poeta quale è, sull’evoluzione dei nostri sentimenti e del linguaggio che ogni giorno adoperiamo per conoscerli, mapparli e nominarli.

Un Morrissey per molti aspetti inedito e quanto mai incline a cedere la parola ad un nutrito teatro di Figure Monologanti – il Soldato, l’Artista, il Figlio, la Ragazza, la Madre, l’Innamorato – che, c’è da scommetterlo, accompagneranno gli ascoltatori più attenti per molto, molto, tempo.

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