Black Rebel Motorcycle Club – Wrong Creatures

Francesco Giordani per TRISTE©

Porto nel cuore i Black Rebel Motorcycle Club – d’ora in poi BRMC per amor di brevità- dal (tanto per cambiare…) lontano 2007. Ero allora a New York, per la mia prima, e sinora ahimè anche ultima, vacanza in America.

Bighellonando per le strade di Manhattan nelle mie nuove e fiammanti Converse color crema appena comprate per poco più di venti dollari (indubbiamente fra i migliori affari della mia esistenza, assieme al primo iPod che avrei comprato qualche metro più avanti), mi trovai a passare di fronte ad un enorme Virgin Megastore.

Avevano quei negozi, già allora, la surreale e mistica parvenza di un tempio buddhista nel cuore di una sempre più indifferente giungla metropolitana: un cumulo di rovine e maestosi relitti di rituali e simboli in via di sgretolamento.

Ma anche un luogo di culto per sparuti iniziati in fuga dal presente.

Ricordo che comprai d’istinto – erano del resto in offerta – The Moon & Antarctica dei Modest Mouse e Howl dei BRMC, il disco psych-folk ispirato da Bob Dylan e i poeti beat che i tre californiani avevano licenziato con non trascurabile successo appena due anni prima, nel 2005, in pieno indie-boom.

Un disco che, aggiungo, tutt’oggi ascolto con immutata voluttà e che volentieri ho rimesso nello stereo, subito dopo aver sentito il nuovo Wrong Creatures.

Perché del resto è così. Dopo vent’anni di onorata carriera, centinaia (forse migliaia) di concerti in tutto il mondo e otto dischi in studio baciati da ispirazione invero altalenante, i BRMC continuano pur tuttavia a resistere e a suonare la loro musica, che, di fatto, non è cambiata di una virgola.

Questo Wrong Creatures mi restituisce il magnifico trio che vidi suonare per oltre due ore nel 2010 in un leggendario concerto romano all’allora Alpheus. Stesso angst da melodramma motociclistico foderato in pelle nera (Spook), stesso psichedelico sbatter di palpebre dietro vampiresche lenti di ray-ban velvettiani (Calling Them All Away), stesso schiumare di Gibson e tremolo a manetta (Echo, splendida), identico ribellismo beatnik anfetaminizzato che ama tirare fino al deliquio i pezzi e frulla dentro, con erotismo sempre a palla, shoegaze e Suicide, Jesus And Mary Chain e Spiritualized, Joy Division e Dinoasur Jr, Stone Roses e Verve…

Ricordo che alla fine di quel memorabile concerto – indossavo il chiodo d’ordinanza e una polo rosa, per temperare il demonismo rock’n’roll con un tocco di delicatezza morrisseyana…- una ragazza regalò all’affabile bassista Robert Levon Been un peluche vestito da centurione, mentre uno stremato e già quasi del tutto sdentato Peter Hayes scroccava sigarette con una voce più simile al sibilo di un cobra avvelenato. Mi colpì non poco la sua vaga somiglianza con Gregory Corso.

Qualcuno potrà forse rimproverare alla band un certo compiaciuto immobilismo o, come pure è stato scritto dal più famoso sito di critica musicale del mondo, che, a forza di citare e rielaborare le invariabili fonti, i ragazzi “they’ve become a thing of the past themselves: a historical influence, a rock touchstone “, cioè un pezzo di archeologia come l’iPod o le Converse, una cartolina sbiadita di remote vacanze in America.

Tutto vero. Eppure vi chiedo: esiste forse una scarpa più perfetta, per forma, significato e stile, delle Converse? Per non sapere rispondere, ne ho appena comprato un nuovo paio.

Prontissimo anch’io a farmi Storia.

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