Clay Hips – Happily Ever After

Francesco Amoroso per TRISTE©

Breve lezione d’Inglese: esiste una splendida espressione nella lingua inglese che mi piacerebbe spesso utilizzare, ma che è estremamente difficile da tradurre.

Potrei usare “prova d’amore”, ma ho paura che ai più anziani ricorderebbe solo la famosa reclame di un condom. Potrei provare con “questione di cuore”, ma sembrerebbe più il titolo di qualche film o romanzo senza grandi ambizioni. Potrei accontentarmi di “gesto d’amore”, però temo che potrebbe richiamare più l’estremo sacrificio di un santo cattolico o il moto d’affetto di una nonnina per il proprio cucciolo.

L’espressione è “labour of love” e, vista la mi incapacità a trovarne un’adeguata traduzione italiana, mi limiterò ad un esempio.

Happily Ever After, l’album d’esordio dei Clay Hips è, senza dubbio, il paradigma di un “labour of love”. Perché sia chiaro il senso della mia affermazione occorre un brevissimo ripasso di storia del (indie) pop: conosciutisi in un negozio di dischi grazie alla comune passione per il pop inglese anni ottanta (Felt, McCharty, Pastels) e per quello dei primi anni novanta (The Field Mice, Heavenly, Belle and Sebastian), Kenji Kitahama e Andrew Leavitt, i due artisti che compongono il duo dei Clay Hips, sono stati membri di The Fairways, gloriosa band di San Francisco che, alla fine del secolo scorso, ha inciso per etichette fondamentali quali Shelflife e Matinée.

Separati dallo spazio e dal tempo per questioni di cuore (il primo si è spostato ad Augsburg, in Germania, il secondo prima in Finlandia, poi a Dublino), Kenji e Andrew sono rimasti in contatto negli anni e hanno dato vita al progetto Clay Hips, facendo musica in maniera quasi casalinga (un paio di brani sono anche finiti su alcune raccolte della Matinée), senza mai arrivare a incidere un album.

Inaspettatamente, dopo dieci anni di attività saltuaria e estemporanea, grazie all’interessamento dell’etichetta catalana Annika, nel giro di dieci giorni i due sono riusciti a rielaborare vecchi demo, scrivere e suonare nuove canzoni e regalarci questo vero e proprio “labour of love”.

Happily Ever After è composto da dieci canzoni gentili, suggestive e brillanti come raggi di sole che sbucano improvvisi tra le nuvole. I riferimenti sono inevitabilmente inglesi, per una collezione di brani che sarebbe perfettamente a proprio agio nel catalogo della Sarah Records, così come in quello della gloriosa Él: melodie solari e malinconiche (Failure, I Can’t Say It’s Love), folk in punta di chitarra (The Bridge, Empty Set), ritmi sostenuti (Someone Who Wanders, Disappointed, con la magnifica voce di Beth Arzy), pop barocco (The Mayfair Hotel, Gone Too Fast), il tutto condito con arrangiamenti dal gusto squisito e cantato dalla incredibile voce di Kenji, già apprezzata anche negli Young Tradition e nel magnifico (e purtroppo poco prolifico) duo The Golden Eaves, che sembra nata per cantare queste canzoni, muovendosi leggiadra tra le parole, accarezzando, intenerendo e rabbonendo l’ascoltatore, per poi librarsi, eterea e radiosa, verso l’aria più rarefatta.

Con la copertina disegnata e i titoli scritti a mano da Lupe Núñez (Pipas, Amor de Dias), liricamente e musicalmente Happily Ever After è un lavoro senza tempo, una questione di cuore, un gesto d’amore da custodire gelosamente e adorare all’ombra, con discrezione, come una polaroid del passato cui troppa luce rischierebbe di togliere colore e nitidezza. Un’opera d’arte rara.

Ascoltatelo e, finalmente, potrò vantarmi di avervi fatto capire il vero significato dell’espressione “Labour Of Love”.

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