Grimm Grimm – Cliffhanger

coverFrancesco Amoroso per TRISTE©.

Recentemente, nel corso degli ultimi campionati mondiali di calcio, mi ha molto colpito l’atteggiamento tenuto da calciatori e tifosi giapponesi dopo la cocente delusione subita per la sconfitta contro il Belgio negli ottavi di finale della manifestazione: passato in vantaggio di due gol, il Giappone è stato rimontato e ha perso subendo un gol al 94esimo minuto. Eppure, nonostante l’impresa sfiorata per poco, il senso del rispetto di calciatori e pubblico non ne è uscito scalfito: i giocatori del Giappone, dopo la sconfitta, dopo aver ringraziato con un inchino le migliaia di loro tifosi giunti in Russia, sono tornati nello spogliatoio e lo hanno pulito e ordinato, mentre, sugli spalti, i tifosi in lacrime hanno raccolto i rifiuti accumulati durante la partita, così come avevano fatto anche durante la partita contro il Senegal (quando le due tifoserie avevano lasciato lo stadio lindo e in ordine).

Non c’è da stupirsi: l’approccio dei giapponesi a qualsiasi cosa, sia pure una forma culturale occidentale (anche il calcio ne è un esempio) è sempre improntato al rispetto e all’educazione. Eppure da una prospettiva beceramente “occidentale” è davvero difficile comprendere del tutto il popolo giapponese: così legato alle tradizioni e al proprio retaggio millenario, eppure così amante della tecnologia e appassionato alla cultura pop occidentale.

Anche in ambito musicale l’approccio dei giapponesi ai generi “occidentali” è decisamente eccentrico, affascinante e, naturalmente, di difficile catalogazione: adoro le band come i Tenniscoats e le etichette quali la Fastcuts Records (l’esordio dei Wallflowers è una chicca imperdibile) che rileggono l’indiepop, il folk e la psichedelia occidentale, con animo e maniere profondamente giapponesi.

In questo ambito è recentissima l’uscita, per la migliore etichetta italiana indipendente, la Lady Sometimes Records, di “Cliffhanger”, il secondo album del progetto Grimm Grimm di Koichi Yamanoha (giapponese di stanza a Londra, già membro degli Screaming Tea Party). Rileggendo i più classici stili occidentali con sensibilità squisitamente orientale Koichi ha scritto e registrato, tra bassa e alta fedeltà, un lavoro delicato, gentile e intenso che fluttua costantemente tra dreampop e folk psichedelico. I dodici brani che lo compongono si muovono leggiadri e atemporali tra passato, presente e futuro, grazie ai synth vintage, alle eteree chitarre acustiche e alle vocalità sussurrate che creano uno spazio dove la percezione e i sensi si posano, lasciandosi cullare e intorpidire. Come spesso accade nelle opere di artisti giapponesi, tuttavia, le atmosfere delicate dell’album nascondono, a tratti, una certa oscurità di fondo (nella favolosa title track, per esempio, nella quale la voce di Dee Sada sembra accarezzare l’ascoltatore per poi trovare “il tuo riflesso nel mio coltello”) che rende “Cliffhanger” un’opera sì gentile e sognante, eppure vagamente inquietante e morbosa. Ogni melodia, con i suoi espliciti richiami alle sonorità psych-folk dei sixties, è ricoperta di una soffice coltre di nostalgia, di malinconia distaccata e di innocente rimpianto che fanno del lavoro di Yamanoha un porto sicuro e un balsamo rigenerante per le anime in pena.
Gli arrangiamenti astratti e sottilmente sperimentali dei brani avvincono e danno vita a sonorità cinematografiche e cerebrali, che, nondimeno, rimangono intimamente semplici e profondamente oneste.

Il risultato è un luogo dove la gentilezza e il rispetto delle forme convivono con il coraggio di osare, dove la tradizione occidentale e quella orientale si fondono per dare vita a uno spazio astratto ma profondamente confortevole nel quale rifugiarsi.
Magari alcuni dei calciatori della nazionale giapponese ascoltavano proprio questo album in cuffia, mentre rassettavano gli spogliatoi.

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