The Murder Capital – When I Have Fears

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Francesco Giordani per TRISTE©

I dublinesi Murder Capital rischiano seriamente di rivelarsi autori del miglior esordio “rock” (virgolette ormai d’obbligo) di questo 2019. Ad insidiarne il primato forse solo i concittadini -e patrocinatori- Fontaines D.C., a riprova di una primavera tutta irlandese di nuove band cui sempre più va affidandosi il canto (del cigno? speriamo di no!) di una certa idea (post)punk di resistenza “attiva” alle molte, troppe, incertezze e mezze verità del tempo presente.

Se però i Fontaines amavano ubriacarsi di pinte di alcolica poesia, lasciando veleggiare il loro battello ebbro fra assai celtiche visioni di vertiginosi cieli a perdita d’occhio e aguzzo ribellismo da pub, questi Murder Capital puntano su un approccio più nudamente esistenzialistico, disadorno quanto dissonante, ispirato, a detta della band, dalla scoperta del lavoro fotografico di Francesca Woodman.

Il trapasso non indolore dall’adolescenza all’età adulta, il senso opprimente di solitudine e ineluttabile impotenza comunicativa –si legge peraltro che molte delle canzoni del disco nonché lo stesso nome della band rievocano la morte drammatica di un intimo amico del quintetto-, la strenua ricerca e (ri)definizione di un sé autentico, l’insopprimibile desiderio di verità, sono solo alcuni dei nuclei tematici degli studi “dal vero” raccolti in When I Have Fears.

Nelle dieci composizioni del disco i Dublinesi, guidati dall’orecchio esperto di un regista sonoro d’eccezione come Flood, combinano con invidiabile personalità ispirazioni multiple ma fra loro sempre coerenti, in bilico fra goth-wave e art-rock, dagli Shame di More is Less agli IDLES di For Everything, dovuto ma non esaustivo pegno all’attualità brit-punk, passando per gli Iceage di Feeling Fades e gli Horrors pre-svolta elettronica di Green and Blue e Snowdance I & II (piccolo capolavoro espressionista). Fino ai Whipping Boy (li ricordate?) di On Twisted Ground e Don’t Cling To Life. A colpire in tutte le canzoni è l’efficace drammatizzazione della voce del cantante James McGovern, sempre sostenuta da trame chitarristiche di grande potenza scenografica e da tessiture ritmiche estremamente lavorate.

Il risultato è un esordio che, per carattere, scrittura e intonazione, non pare affatto tale. Sentiremo parlare ancora a lungo di questa band, c’è da strane certi.

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