Shame – Songs of Praise

Giacomo Mazzilli per TRISTE©

C’è una sorta di fiume sotterraneo nella cultura londinese, non sono certo io a scoprirlo, ma solo a renderne omaggio.

Penso subito a Bess, la mia ex coinquilina, stava con Johnny – fan dell’Everton e chef a Wagamama. Un ragazzo semplice e dalla faccia d’angelo, al contrario di Bess che con quelle guance paffute e l’accento di Sloane Square, faceva pensare che la sapesse lunga.

E mentre Johnny, sfasciava le porte, quando, tornando a casa sbronzo, si accorgeva di non avere più le chiavi, Bess passava le notti sdraiata sul parquet della cucina a gambe aperte. Silenziosamente. O almeno troppo poco rumorosamente per me, che aprivo esterrefatto la porta della cucina per vedere costa stesse facendo il mio amico Marco.

Insomma, se parlo di loro è perché loro facevano parte di questa cultura british, quella di Joe Strummer, di Camden Town, delle camicie a righe e le polo Fred Perry.  Quella che ciclicamente viene fuori dalle vene di gruppi come Stone Roses, Libertines, Palma Violets e, adesso, gli Shame.

Song Of Praise é un refuso di una dinamica che sembrava avere preso la maggior parte dei nuovi prodotti d’oltremanica. Ad ogni modo, sappiamo bene come certe cose siano cicliche, e sulla falsariga di gruppi come i Wolf Alice, gli Shame, riescono a creare un album autentico anche se profondamente ispirato alla storia della musica inglese.

Proprio paragonandoli ai Wolf Alice, a mio avviso, riescono ad essere più “sinceri” ai propri credo: il gruppo di Ellie Rowsell, credo che non troverà mai la propria completezza fino a quando non si lascerà guidare da quella vena meno grunge e più riflessiva che li ha guidati in pezzi magnifici come Don’t Delete the Kisses o la primissima Wednesday.

Qui invece, la rabbia, l’isterismo (se volete) e l’urgenza della musica sono distillati con fierezza in pezzi come One Rizla, The Lick (in cui sfoderano tutto il loro british accent: relatable!), Dust On Trial, Gold Hole e Lampoon. Questi cinque ragazzi londinesi prendono a piene mani dall’enciclopedia della cultura inglese e ne escono con classe.

Come due facce della stessa medaglia, in terra d’Albione coesistono due nature: quella popolare semplice, tutta grinta e tempra; quella middle-up un po’ maliziosa e ipocrita. Sono Johnny e Bess. Sono gli Shame e le loro canzoni di elogio, rigorosamente vestite Fred Perry, Doc Martens e Ben Sherman.

 

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3 thoughts on “Shame – Songs of Praise

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