Nick Cave – Idiot Prayer: Nick Cave Alone at Alexandra Palace

Francesco Amoroso  per TRISTE©

Quanto tempo è trascorso dall’ultima volta che avete visto un concerto dal vivo?
Per quanto mi riguarda lo so esattamente: tra dieci giorni saranno trascorsi 10 mesi.
Tra i tanti tour annullati, saltati, rimandati, in questo lungo tempo ho perso anche l’occasione di rivedere dal vivo Nick Cave, che sarebbe dovuto passare dalle mie parti questa estate. E, invece, anche Cave e i suoi Bad Seeds hanno, naturalmente, dovuto annullare le tappe europee e americane del loro tour mondiale, che si preannunciava come una produzione spettacolare che avrebbe incluso addirittura un coro gospel al gran completo.

Come hanno fatto tanti artisti molto meno noti e quotati di lui, anche Nick, tuttavia, ha pensato bene di alleviare la nostra attesa e ammannirci un succedaneo della sua performance live (di solito profondamente coinvolgente e trascinante).
Naturalmente (e non poteva essere altrimenti, visto che il buon Nick è uno che si prende sempre piuttosto sul serio) non si è limitato a mezz’ora di live dal suo tinello, ripreso con una telecamera fissa e un microfono da cinquanta euro, ma ha fatto, come solito suo, le cose in grande.

A luglio nella vasta e deserta distesa della West Hall dell’Alexandra Palace di Londra, Nick Cave si è seduto da solo a un pianoforte e ha cantato ventuno canzoni tratte dal suo straordinario repertorio. L’evento è stato trasmesso live in streaming in tutto il mondo e ne sono stati poi ricavati un film e un album.
Ha fatto le cose in grande Nick, come si diceva: per la sua performance solista ha richiesto i servizi del famoso direttore della fotografia irlandese Robbie Ryan (The Favorite, Marriage Story), di una troupe cinematografica completa, di un ampio team di produzione e di sua moglie Susie come direttrice creativa.

Si tratta di un vero e proprio film, di una performance artistica a tutto tondo, sin dall’inquadratura iniziale che vede Cave seduto su una sedia che scrive su un taccuino, elegantissimo nel suo abito di Gucci nero su misura.
Poi la telecamera lo inquadra che attraversa a grandi passi il locale vuoto, mentre i testi di “Spinning Song” vengono declamati fuori campo dalla sua stressa voce.
L’inizio della performance nell’Alexandra Palace deserto è pura emozione.

Dopodiché, per quasi un’ora e mezza, Nick va avanti a presentare le sue canzoni, accompagnate dal solo pianoforte: una figura solitaria, ieratica e drammatica che riesce a ipnotizzare lo spettatore.
La scaletta si basa molto su The Boatman’s Call, ma ci sono diverse sorprese: il set abbraccia tutta la straordinaria carriera del artista australiano (non dimentica neanche i Grinderman) e annovera anche “Euthanasia”, un inedito dei tempi di “Skeleton Key”, in una versione da brividi.

C’è un’inquietante e quasi irriconoscibile “Sad Waters” da “Your Funeral, My Trial” del 1986, “Brompton Oratory” seguita da “Palaces of Montezuma”, ballate strappacuore come “Far From Me” o “Nobody’s Baby Now” e canzoni sincopate e incalzanti come “The Mercy Seat” o “Papa Wont’ Leave You Henry”, straordinarie nella loro versione per pianoforte solo. Le interpretazioni dei brani dell’ultima trilogia, poi, suonano, rese così scarne e nude, ancora più dolorose e intime (ascoltate “Girl in Amber” o “Galleon Ship”, senza le atmosfere elettroniche delle versioni in studio, per credere).
Anche brani corali come “Jubilee Street” o “Higgs Boson Blues”, resi in maniera essenziale, riescono a risultare coinvolgenti e risuonano, forse, ancora più in profondità.

E poi c’è “The Ship Song”, canzone che un “critico autorevole” ha definito, tempo fa, un piccolo miracolo di quelli che capitano davvero di rado (anche in un repertorio incredibile come quello di Cave): un miracolo che si ripete ad ogni ascolto, ad ogni nuova interpretazione e che ci avvicina, ogni volta, un po’ di più al sublime.

Nick non pronuncia neanche una parola nell’ora e mezza scarsa della sua esibizione: è solo, dietro il piano, perso nella sua musica. Si lascia scappare una sommessa risata alla fine di una struggente “Are You The One That I’ve Been Waiting For”, ma è consapevole che le parole sono superflue.
Con il lucente pianoforte a coda e la sua voce profonda e iconica, reinterpreta i suoi tanti capolavori infondendovi nuovo pathos e provando che anche brani concepiti in contesti (ed epoche) completamente differenti non perdono, in questa veste, nulla del loro primitivo fascino maledetto, suonando addirittura elegiaci. I testi, intrisi di religiosità, amore, morte e trascendenza vengono, poi, sottolineati ed esaltati dall’esecuzione asciutta e scabra.

Ancora una volta, Nick Cave ci consente di esplorare le profondità del suo animo e della sua psiche.
E tutti noi (io di certo) non possiamo che essergliene grati. Ancora.

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