James Yorkston and The Second Hand Orchestra – The Wide, Wide River

Francesco Amoroso  per TRISTE©

Sono tempi duri. Durissimi. Avremo sempre più bisogno di voci di artisti capaci di vedere alternative al modo in cui viviamo ora, capaci di vedere, al di là di una società stretta dalla paura e dall’ossessione tecnologica, altri modi di essere, e immaginare persino nuove basi per la speranza. Abbiamo bisogno di artisti e musicisti che si ricordino cosa sia la libertà. Abbiamo bisogno di artisti che conoscano la differenza tra la produzione di una merce e la pratica dell’arte. Lasciare che i profittatori commerciali vendano musica come fanno con i deodoranti ci ricorda che viviamo nel capitalismo, e il suo potere sembra assoluto… ma altrettanto assoluto sembrava anche il diritto divino dei re e la resistenza spesso comincia con l’arte.

Non vi preoccupate. Non ho imparato all’improvviso a scrivere o a prendere posizioni politiche forti. Ho solo (indegnamente) parafrasato e adattato un discorso che la grandissima e compianta Ursula K. Le Guin, già ottantacinquenne, tenne in occasione del National Book Award nel 2014.

Le parole di Le Guin mi sono tornate in mente ascoltando quello che, per me, è uno dei primi album importanti del 2021 (anno che mi sembra musicalmente partito un po’ in sordina): il nuovo lavoro di James Yorkston, stavolta accompagnato dalla svedese The Second Hand Orchestra.
A dispetto delle sue sonorità poco aggressive, nostalgiche e malinconiche (che mai rischiano di cadere nella sdolcinatezza), infatti, Yorkston è un artista che ha fatto della libertà il proprio credo e che, scegliendo ad ogni nuova uscita di cambiare, pur rimanendo fedele alla propria idea artistica, esercita di continuo quella resistenza al potere assoluto della musica omologata, plastificata, confezionata per un consumo rapido e distratto.

Le composizioni del musicista scozzese risultano, anche in “The Wide, Wide River” (un titolo, ancora una volta, magnificamente evocativo), immediatamente riconoscibili grazie alla sua inconfondibile voce e grazie all’intensità delle emozioni che la sua musica riesce ogni volta a convogliare.
Ancora una volta Yorkston, racconta storie minime di vite ordinarie eppure talmente dettagliate da risultare vivide e pulsanti (non per niente la sua carriera di scrittore è ormai, almeno in patria, lanciatissima).

E, ancora una volta, per dare vividezza e intensità alle sue narrazioni, James si è avvalso di un nuovo gruppo di musicisti: all’inizio c’erano The Athletes, poi sono arrivati i Big Eyes Family Players e la collaborazione con Suhail Yusuf Khan e Jon Thorne. Stavolta “The Wide, Wide River” è stato realizzato con The Second Hand Orchestra, collettivo svedese guidato da Karl-Jonas Winqvist che include Peter Morén di Peter, Bjorn e John e la suonatrice di nyckelharpa Cecilia Österholm.

Lo sviluppo degli otto brani che compongono l’album è una dimostrazione della assoluta libertà artistica nella quale si muove Yorkston: la band si è riunita in studio senza conoscere in anticipo nessuna delle canzoni ad eccezione del primo brano “Ella Mary Leather” e il resto dell’album ha visto la luce in un’atmosfera di improvvisazione che si è mossa sul percorso indicato dalle tracce proposte dall’artista di Fife.
E’ proprio merito di quest’atmosfera se sono nati brani come “To Soothe Her Wee Bit Sorrows”, sette minuti e mezzo di folk classico e incalzante che sembrano una ruvida carezza, “Choices Like Wide Rivers”, una melodia indimenticabile nella sua semplicità, la poetica “A Droplet Forms” che rimanda alle meraviglie della Incredible String Band, o la magnifica, struggente e inebriante “Struggle”, nella quale la commistione di folk anglosassone e tradizione nordica raggiunge il suo apice e la voce di supporto sembra presa direttamente da un concerto a lume di candela all’alba del giorno di Santa Lucia.

“The Wide, Wide River” è un esempio perfetto di resistenza: un album che nasce da autentica urgenza artistica, dalla necessità di esprimersi e di comunicare attraverso canzoni sincere che penetrano sotto pelle nonostante la loro apparente semplicità, così lontane dalle mode, dalle sonorità artificiali e costruite a tavolino da risultare, forse anche per questo, immensamente commoventi.

Si respira libertà in tutto l’album, libertà di suonare, di interpretare, di raccontare, di pensare, libertà di ascoltare e di provare emozioni (l’avessi scritto in inglese: freedom of listening and freedom of feeling, sarebbe suonata ancora meglio…).
Probabilmente non avevo bisogno di questo album per convincermi che James Yorkston sia uno dei più grandi cantautori della sua generazione, ma “The Wide, Wide River”, una ennesima vetta nella sua carriera, mi porta a pensare che sia anche uno dei musicisti più liberi in circolazione.
Lunga vita a James (e, se non l’avete già fatto, andatevi a leggere qualcosa di Ursula K. Le Guin)!

Un pensiero su “James Yorkston and The Second Hand Orchestra – The Wide, Wide River

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