Shame – Drunk Tank Pink

Francesco Giordani per TRISTE©

C’è anche chi in confinamento (magari pure autoimposto) si trovava da ben prima del lockdown vero e proprio. È questo il caso di Charlie Steen, platinato cantante nonché focoso paroliere dei londinesi Shame. Stando almeno ad un’intervista da lui stesso rilasciata a Rolling Stone, all’indomani di un glorioso quanto estenuante tour mondiale, Steen ha infatti deciso di affittarsi una sorta di sgabuzzino in una casa di riposo a Peckham (!?), ridipinto per l’occasione di rosa fino al soffitto, per dedicarsi alla libera interrogazione dei propri demoni mentali, senza disturbi o indebite interferenze da parte del mondo esterno.

Prima che anche voi, come il sottoscritto, iniziate a meditare sulla sottovalutata possibilità di ritirarvi dal mondo per dedicarvi finalmente e in santa pace alla ricerca di voi stessi nel sottoscala di qualche ospizio, aggiungo che la scelta del rosa non è stata affatto casuale. Si legge infatti su Wikipedia: Baker-Miller Pink, also known as P-618, Schauss pink, or Drunk-Tank Pink is a tone of pink which has been observed to reduce hostile, violent or aggressive behavior. E proprio a questo scopo, su consiglio di valenti psicologi, fu utilizzato, a partire dagli anni Sessanta, per rivestire celle e ambienti carcerari negli USA. I demoni di Steen dovevano essere parecchio scapestrati. Del resto chiunque l’abbia visto in azione su un palco, con quel suo funambolico smaniare un po’ Joker struccato un po’ gabber sotto botta, non ne sarà poi tanto sorpreso.

Le canzoni di Drunk Tank Pink nascono pertanto così, nel contesto di una reclusione-confino che la Pandemia, da strategia di disintossicazione psichica, ha ben presto mutato in destino storico e cataclisma planetario. Mi vien quasi da dire che anche questo lavoro, come il fortunato A Hero’s Death dei colleghi Fontaines D.C. lo scorso anno, si ritrova ad aderire plasticamente all’attualità più stringente suo malgrado. Ed è proprio questa sua non programmata né cercata sincronia di battito con il nostro qui e ora a conferirgli un indubbio (quanto oscuro…) magnetismo, un non trascurabile potere di seduzione sonora.

Sebbene la presenza del pluridecorato James Ford in produzione lasciasse presagire un lavoro con ambizioni mainstream, i Londinesi hanno al contrario inasprito gli elementi più caratteristici del loro stile, sempre in bilico fra sbruffonesco argot neo-punk suburbano e teppismo da piccoli hooligan in abiti dickensiani. Gli Shame non sono gli Arctic Monkeys né aspirano davvero a diventarlo e Drunk Tank Pink, pur se prodotto da Ford, non sarà il loro Favourite Worst Nightmares, c’è da scommetterci. Se la marcia guerresca del singolo Alphabet ha fatto da ponte ideale con gli inni d’assalto dell’esordio, le nuove canzoni dismettono i gonfaloni dell’epica guerrigliera -del resto gli Eroi sono morti, come ci hanno cantato i Fontaines…- per dibattersi spesso in fangosi pantani punk-funk e in un anfetaminizzato rimuginìo di ESG, Delta 5, Liquid Liquid o primissimi Talking Heads. Le frullate di Nigel Hitter, March Day e Water in Well, offrono alla metronomica sezione ritmica della band ribalte di assoluto riguardo, in questo senso. Eppure, al netto delle più shamanti Great Dog e Harsh Degrees, i momenti migliori dell’album vanno ricercati soprattutto nei lunghi monologhi drammatici, permeati di plumbeo esistenzialismo, di Born in Luton, Snow Day e Station Wagon, nelle quali un frammentario (quanto ormai sin troppo diffuso) recitar cantando si sfrangia in lunghi crescendo strumentali di ispirazione lateralmente post-rock, tutti moviole e improvvise sventagliate cinematiche.

Mi vien da dire che i pieni frutti degli assestamenti tettonici di Drunk Tank Pink, se ci saranno, li raccoglieremo compiutamente solo a partire dal prossimo disco a nome Shame. Quel che conta adesso è soprattutto il lavoro di decostruzione/ricostruzione attuato dai Londinesi, il bollore fumigante di fluidi, sostanze e umori che vanno rimestandosi nella loro marmitta. Muovendo da una prigionia materiale autoinflitta ad una liberazione espressiva faticosamente conquistata, la traiettoria degli Shame impartisce una preziosa lezione anche a noi spettatori: se la cella mentale in cui siamo tutti rinchiusi è fatta di pensieri e visioni, la chiave per aprire la porta ed uscirne è nascosta da qualche parte in quella stessa cella, nel punto più interno della nostra testa.
Basta avere il coraggio di scendere abbastanza a fondo per ritrovarla.

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