James Yorkston, Nina Persson And The Second Hand Orchestra – The Great White Sea Eagle

Francesco Amoroso per TRISTE©

Come per tutti c’era stato un tempo in cui la bellezza era entrata in lui senza fare anticamera, ma tutto questo era stato nell’altra vita, quella in cui si è innocenti e si può credere a tutto, prima di scoprire che la bellezza nasconde sempre qualcosa di irrimediabile.
(Davide Longo – Il caso Bramard)

Qualche giorno fa, nella libreria fornitissima di una casa che frequento (purtroppo) troppo saltuariamente, mi sono imbattuto in un titolo, Il Mito della Bellezza, che ha attirato la mia attenzione.
Forse perché vado blaterando, ormai da tempo immemore, della necessità della bellezza e della sua capacita di curare (o, quanto meno, lenire) i mali e le storture di questo mondo, leggendo, seppur molto superficialmente, la quarta di copertina di quel saggio (che è stato scritto oltre trenta anni fa e ha rappresentato, all’epoca, un testo fondamentale per il movimento femminista), mi sono chiesto se questo continuo richiamo alla bellezza non richieda qualche chiarimento, perché, effettivamente, la parola bellezza, in sé, vuol dire poco e spesso è utilizzata solo per designare l’avvenenza fisica che, benché sia ampiamente utilizzata in letteratura (e nella musica “leggera”) come esaltazione della persona amata, finisce per essere un’ulteriore forma di discriminazione, della quale non si sente, francamente, alcun bisogno.

Per fortuna, ad aiutarmi a chiarire (innanzitutto a me stesso) il senso della parola “bellezza”, giunge puntuale il secondo frutto della collaborazione tra il veterano del folk scozzese James Yorkston e il collettivo svedese The Second Hand Orchestra, già artefici, due anni fa, dell’ottimo The Wide, Wide River.
In uno dei brani più emozionanti di The Great White Sea Eagle, la misuratissima e sentita A Sweetness In You, con la quale rende omaggio allo scomparso Scott Hutchison dei Frightened Rabbit (senza mai cadere nel patetico. “I think of him often as I look out to the sea / And I live by the coast“), Yorkston si domanda:
Do I tell my children that life isn’t for everyone?/ No of course I do not tell them that, just yet/ There is beauty somewhere, so tell me again how this journey can be shared/ In times of need?
Tutto l’album, impreziosito dalla voce cristallina della cantante dei Cardigans, Nina Persson, che aggiunge un tocco pop, solare e ottimista alla inconfondibile (e sempre più elegante) voce del musicista scozzese, Yorkston tenta di rispondere a questa domanda. Dove si nasconde la bellezza? E con chi dovremmo condividerla?

Yorkston ha sempre amato le collaborazioni (e ha sempre saputo scegliere con chi collaborare: dai primi album prodotti da Kieran Hebden o da Simon Raymonde, alle registrazioni The Big Eyes Family Players e Alexis Taylor degli Hot Chip) e, anche stavolta, nonostante l’idea di un seguito di The Wide Wide River non gli fosse mai passata per la testa, ha pensato che i membri del collettivo svedese The Second Hand Orchestra fossero i partner ideali. Per The Great White Sea Eagle, il metodo di composizione e registrazione è stato simile a quello del lavoro precedente, improntato sulla spontaneità e sul contributo di tutti i musicisti. Naturalmente i brani sono tutti nati dalla penna di Yorkston che, stavolta, per comporli si è seduto al piano invece che imbracciare la chitarra, conferendo canzoni un tocco più leggiadro e un sapore quasi jazz.
E’ stato poi il direttore dell’orchestra, Karl-Jonas Winqvist, che (in una sorta di epifania) ha pensato alla voce di Nina Persson dei Cardigans: i musicisti hanno ascoltato le composizioni di Yorkston e hanno cominciato, quasi immediatamente, a suonare e cantare. Sono bastate poche prove in studio per dare vita ai brani che sono andati a comporre l’album.

Il risultato è un lavoro sobrio e ricercato, ma dal suono caldo e genuino, nel quale, a brani più immediati e dall’afflato aereo, si contrappongono passaggi sonori arditi e sorprendenti, dove emerge tutta l’inventiva, la perizia e la trattenuta eleganza della Second Hand Orchestra.
In alcuni momenti prevalgono increspature jazz che donano mordente all’intero lavoro (The Heavy Lyric Police, Peter Paulo Van Der Heyden) e la componente più classicamente folk è sempre presente (A Forestful Of Rogues), ma i dodici brani che compongono l’album insistono sulle armonie, sui delicatissimi e melodiosi duetti (Sam And Jeanie McGreagor, Mary, The Harmony) e sugli arrangiamenti che, per quanto elaborati (A Hollow Skeleton Lifts A Heavy Wing), risultano sempre ispirati e caldi.

Mentre le registrazioni immergono l’ascoltatore in un’atmosfera confortevole e naturale, quasi una riunione di famiglia intorno al camino, mentre fuori un pallido sole illumina la neve appena caduta, Yorkston si interroga, pondera, con testi intimi, sentiti e non privi di ironia (“Here I am between my son and father, and they whisper, ‘Well, who put him in charge?’”), sul ciclo della vita (A Forestful Of Rogues, Keeping Up With The Grandchildren, Yeah) e sui rapporti umani.
Immagino (e non è difficile farlo) Yorkston che compone queste canzoni profonde e malinconiche, queste ballate nitide e luminose, seduto al pianoforte, nel suo studio di Cellardyke, guardando l’oceano dalla finestra e perdendosi in esso, mentre la vita scorre, magari più lenta e silenziosa che altrove ma, comunque, con il suo inevitabile caos, i suoi drammi, le sue miserie.

E, mentre compone e suona e guarda, e si perde, Yorkston, oltre la tristezza, il dolore, le fatiche e il rimpianto, intravede comunque la bellezza.
Magari è nelle note del suo piano, magari è nei sopraffini arrangiamenti che già immagina (e per i quali si rivolgerà a The Second Hand Orchestra), magari è in quella voce femminile, tenera, amabile e serena, che ora non ha ancora individuato, ma che apparterrà a Nina Persson.
Forse, però, tutte queste cose, tutta la musica e tutte le canzoni, tutte le note e tutte le parole che Yorkston riesce a mettere insieme, non sono in se stesse la bellezza che rischiara quella vita che non è per tutti, ma sono strumenti necessari per interpretare e apprezzare questa vita che lascia baluginare, sotto coltri di oscurità, un barlume di bellezza.

Sono i rapporti familiari, l’amore e l’interazione tra generazioni, lo smarrimento causato dal passare del tempo, i momenti andati perduti nel ricordo ma mai veramente persi e la visione della realtà, che si apprende lentamente nel corso della vita, a essere i temi ricorrenti di The Great White Sea Eagle.

An Upturned Crab riesce, in meno di tre minuti, con le voci di Yorkston e Persson che si intrecciano dolcemente su un lento valzer, a commuovere, semplicemente raccontando un piccolo ordinario episodio del rapporto padre-figlio (“Tell me each footstep of your adventures/ The small events that change you/ How dare you change without me/ Today you say you found an upturned crab/ An upturned crap/ How unfortunate I was to have missed that/ I would have loved to have seen/ Your mind working out this salty little scene/ Discussing all the truths playing out in front of you/ I lived a life on the road/ And I thought I was doing grand/ But the gold remained at home/ And I missed watching you grow/ How I missed watching you grow“) mentre la delicatissima The Harmony pennella con poche frasi la parabola, malinconica, ma ancora piena di speranza, di un rapporto di coppia (“We could still have them all, you know/ Our quiet hours, our rest at ease/ Safety in each other’s arms/ Each other’s plans, each other’s dreams/ And oh my love, I hope you know/ I’ve kept that love, I’ve kept it close/ But harmony, it has escaped me/ And the world becomes too fast“), ma ogni brano dell’album possiede il dono di permettere alla tristezza, alla nostalgia e alla leggerezza di camminare fianco a fianco.

I momenti più teneri arrivano quando la voce di Yorkston interagisce in modo più evidente con quella di Persson: la magnifica Mary è il momento più carico di emotività dell’album, anche se in maniera pacata, senza perdere, neanche per un secondo, quell’understatement che è da sempre la cifra stilistica del musicista scozzese. Ma anche il violino di A Forestful Of Rogues è un momento indimenticabile. In The Heavy Lyric Police è The Second Hand Orchestra a menare le danze affinché la melodia ci trascini via con la corrente, mentre la vivace Peter Paulo Van Der Heyden, è sorretta dal pianoforte e la sorprendente title track si muove tra spoken words e e morbide melodie che permettono a Yorkston di raccontare una storia commovente di angoscia, disperazione e liberazione che ha a che fare con l’amore di un padre per suo figlio, dimostrando sia la sua grande sensibilità nell’ di ‘usare le parole che il suo incredibile talento di compositore.
A Hollow Skeleton Lifts A Heavy Wing, brano articolato e elegantissimo che si disvela e assapora lentamente, conclude l’album con coraggio ed eleganza, in una sorta di compendio delle suggestioni musicali contenute nell’intero lavoro.

La bellezza, quella vera, quella che illumina il mondo, si nasconde nei luoghi più impensati, in quelli dove meno ci aspetteremmo di trovarla, nei rapporti quotidiani, nelle piccole gioie, negli affetti familiari. O, forse, si nasconde solo in quel “la di da, lalula rattatarara rattatarara” cantato con incantevole candore da Nina Persson negli ultimi secondi del brano di apertura di questo disco, Sam And Jeanie Mcgreagor.
The Great White Sea Eagle è quella bellezza, sempre schiva, sfuggente, difficile da trovare, e, insieme, è la migliore colonna sonora per scoprirla e farla propria. E’ un trionfo di sensibilità musicale e umana.

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2 pensieri su “James Yorkston, Nina Persson And The Second Hand Orchestra – The Great White Sea Eagle

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