The Reds, Pinks And Purples – Summer At Land’s End

Francesco Amoroso per TRISTE©

Se mi rivolgessi (o meglio: se pensassi di rivolgermi, che non ho davvero idea a chi, poi, alla fine arrivano queste continue elucubrazioni mentali sulla musica pop) ad ascoltatori superficiali e svogliati, per parlare del nuovo album di Glenn Donaldson e dei suoi The Reds, Pinks And Purples, potrei, con qualche minimo cambiamento, andare a fare copia e incolla delle recensioni precedenti e, cambiando giusto il nome delle canzoni, probabilmente sfangarla senza grossi problemi.

Spero, tuttavia, di rivolgermi a quei quattro o cinque che la musica non l’ascoltano soltanto per avere un sottofondo alle loro attività quotidiane, ma che, nell’ascoltarla, ricavano piacere e fondamentale nutrimento per lo spirito (parlare di anima, per quanto appropriato, mi sembrava eccessivamente enfatico). E quindi: avrei potuto cavarmela a buon mercato, visto che gli spostamenti di significato e sonori delle canzoni di Donaldson (quella che una volta i critici bravi avrebbero definito la sua “maturazione”) potrebbero risultare, a un ascolto sciatto e superficiale, quasi impercettibili, ma non lo farò, perché per me (e forse per quei citati quattro o cinque che adorano Glenn e la sua musica almeno quanto me) ogni brano di The Red Pinks And Purples è una piccola epifania, una breve aritmia, una fugace carezza, un dono atteso ma comunque sorprendente.


In poco più di quattro anni, Glenn Donaldson, che, forse è ormai inutile ripeterlo, è da tempo uno dei pilastri della scena (psych)pop di San Francisco (Skygreen Leopards, Art Museums, Painted Shrines, Vacant Gardens, The Ivytree) si è costruito con il progetto casalingo The Reds, Pinks and Purples, canzone dopo canzone, una solidissima reputazione underground confermata e rafforzata da Summer At Land’s End, il quarto capitolo di un romanzo sonoro, mirabilmente scritto, nel quale racconta la propria vita interiore e il suo quartiere di Inner Richmond, San Francisco.
Perfetta continuazione del discorso già intrapreso con i precedenti lavori, Summer At Land’s End è composto da undici canzoni, ancora una volta autoprodotte e registrate in maniera casalinga, che trasportano la malinconia e le ubbie pop degli eighties inglesi nelle nebbie del nord della California: canzoni immediate, gonfie di dolci melodie pop e ritornelli semplici ma efficacissimi, costruite sempre sulla voce calda di Glenn, sul suono jangly delle chitarre e sul metronomo della batteria elettronica.

Un indizio sul fatto che ci sia qualcosa di diverso nelle canzoni di Summer At Land’s End, rispetto ai suoi magnifici predecessori, può già trovarsi nella copertina: se quelle precedenti (compresa quella della ristampa di Anxiety Art) documentavano i colori pastello delle abitazioni di Richmond, qui l’edificio c’è, sempre nitido, ma sullo sfondo, mentre in primo piano c’è l’immagine sfocata di una rosa. Un leggero spostamento laterale, o meglio un passo indietro che costringe l’osservatore a inquadrare la scena un po’ più da lontano e, di conseguenza, in maniera meno nitida e perciò più universale.
E così anche le sonorità delle nuove canzoni, che continuano a essere infuse di chitarre jangle scintillanti, sembrano più velate, quasi offuscate (sempre che questo termine abbia un’accezione positiva).

La discontinuità (appena percettibile, come detto in premessa) con gli album che lo hanno preceduto, però, si può subito riscontrare anche nella presenza di ben due brani strumentali: il primo, la title-track, posto più o meno al centro dell’album (quasi a suggerire l’improvviso oscurarsi del sole, o il repentino arrivo di una fitta nebbia), è un languido intervallo di sette minuti di accordi lenti e ripetuti, calmanti, incantatori, vagamente narcolettici, mentre il secondo, Dahlias And Rain, quasi in chiusura, caratterizzato da una ronzante linea d’organo sotto le chitarre, è una sorta di muto e sommesso canto del cuore spezzato.
Sono due brani che pongono, in maniera più evidente che mai, il progetto di Donaldson al centro di quel fog pop che sta furoreggiando nella Bay Area. Mai come in queste due composizioni (e, sono certo, nel lavoro interamente strumentale che accompagna le prime copie in vinile di Summer At Land’s End, ma che, grazie alla lentezza delle poste, non ho ancora avuto il piacere di ascoltare) Glenn era riuscito a farci immergere nell’atmosfera, nella luce e nel clima di Richmond.

Il motore lirico dell’album può essere circoscritto alle mille declinazioni dell’instabilità dell’amore. Ci sono storie di incompatibilità, di paura dei sentimenti, di disfacimento e accettazione della fine di una relazione.
I testi sembrano più malinconici e tristi del solito, tanto che a volte affiora una sorta di pessimismo cosmico, solo in parte mitigato dalla solita graffiante ma bonaria ironia che caratterizza di solito le liriche di Glenn: “Without love, the rest is sorrow/ ‘Til death will come in/ The grave’s a veil over paradise/ I’ve laid too long in what dreams were buried/ And did not grow here” canta in Pour the Light In e “The air got colder in the room when you let me go” nella sublime Let’s Pretend We’re Not in Love.
E’ quasi come se quella sottile patina di malinconia che, come una glassa, ricopriva le canzoni di Glenn, si fosse inspessita risultando, come tutto ciò che è troppo dolce, a tratti amara al palato. Donaldson si adagia nel proprio umore cupo, si crogiola nell’ineluttabilità del dolore, certo senza strepiti e senza scene madre, ma con una rassegnazione inusuale per le sue corde.
È, come detto, uno spostamento sottile, che, tuttavia, conferisce a Summer At Land’s End una sua personalità unica e lo caratterizza rispetto alle precedenti produzioni di The Red, Pinks And Purples.

Il disco rimane avvolto da una nebbia non solo atmosferica, ma anche dei sentimenti: facciamo finta di non amarci, mi manchi ma non tornare a casa troppo presto, preferirei non seguire la tua strada, mi sento come se fossi sottosopra in una stanza vuota (che è una descrizione semplice eppure piuttosto accurata del sentimento di vuoto che la fine di un amore può provocare).
La mascolinità vulnerabile (una definizione non mia ma che trovo perfettamente calzante) e mai tossica dei protagonisti delle storie narrate da Donaldson, è la stessa che ha fatto la fortuna di tanti artisti e parolieri prima di lui (sarebbe facile citare Morrissey, ma Bobby Wratten a me sembra un riferimento ancora più centrato), quelli che mettono al centro delle loro parole introspezione e sensibilità ma non dimenticano mai che prendersi troppo sul serio può essere controproducente.

Come al solito citare solo alcuni dei brani che compongono un album di The Reds, Pinks And Purples, sarebbe fare un torto agli altri ma Don’t Come Home Too Soon e Let’s Pretend We’re Not In Love insieme alla struggente Pour The Light In svettano immediatamente ed è estremamente difficile liberarsi dal loro incanto (perché poi qualcuno dovrebbe volersene liberare è un altro conto). Poi c’è Upside Down In An Empty Room che mi sembra racchiuda la poetica di Donadson e di generazione di indie kids in pochi versi velati di nostalgia: “But The Good Times End Too Soon/ Feeling Upside Down In An Empty Room“. È un passaggio perfetto, uno di quelli che sono talmente semplici e immediati che ogni volta che lo ascolti ti chiedi come mai non sia venuto in mente a te.
Il breve brano finale I’d Rather Not Go Your Way, con le sue chitarre acustiche e la voce di Glenn ancora più sussurrata e calda del solito, è una sorta di metacanzone perch sembra dipingere ognuno di noi (sempre quei quattro o cinque di cui dicevo sopra) che ascoltiamo The Red, Pinks And Purples, guardando il mondo che passa, mentre la pioggia scivola giù dal vetro della finestra.

Summer At Land’s End potrebbe non risultare così immediato come gli album precedenti, ma, col tempo, le sue canzoni diverranno imprescindibili.
Composizioni che sembrerà quasi siano lì da sempre, a farci compagnia e ad aiutarci ad affrontare quell’eterno e faticoso passaggio all’età adulta che è un processo lento, ma inesorabile.
Summer At Land’s End è un lavoro schivo e riservato, infuso di luce lattiginosa e di vapori, e non sarà facile rendersi conto che ci troviamo di fronte a un altro scintillante mattone con il quale Glen Donaldson sta, con pazienza certosina e sopraffino talento, costruendo l’edificio più imponente della sua Inner Richmond (ma che potrebbe essere situato ovunque: nella vostra città di provincia, così come nel vostro cuore).

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...