Field School – When Summer Comes

Francesco Amoroso per TRISTE©

Piovve tutta la notte
Sulle memorie dell’estate”
(A. Pozzi, Morte di una stagione)

Ho vanamente tentato di rovistare nella memoria, alla ricerca di questi due brevi versi della poetessa Antonia Pozzi citati in esergo, ma ho dovuto arrendermi (arrendermi al decadimento della memoria, ma anche al mio cervello sempre più pigro e abituato ai supporti tecnologici) e, nel cercarli in rete, mi sono imbattuto in quello che, un’altra poetessa, Cristina Campo -che, confesso, conosco pochissimo-, scriveva a un’amica: “Antonia Pozzi dice: Piovve tutta la notte sulle memorie dell’estate. Così voglio credere che stamattina sia settembre — le memorie di questa estate già sepolte, come le foglie fradicie. Bisogna vivere tutto fino in fondo. Ogni volta che si torna indietro è per tracciare di nuovo il cerchio, ancora e ancora finché non sia perfetto.“ (dalla lettera a Margherita Pieracci Harwell del 27 luglio 1957. Cristina Campo – Lettere a Mita).
When Summer Comes, l’album d’esordio di Field School, nome d’arte di Charles Bert, con le sue dodici canzoni, afferma esattamente quello che prima Antonia Pozzi e poi Cristina Campo avevano così magnificamente espresso.
Ma andiamo in ordine.

Charles Bert, all’inizio degli anni ’00, insieme ad alcuni amici ha fondato una band chiamata Math & Physics Club. La band con sede a Olympia – nei dintorni di Seattle – in breve tempo diviene uno dei gruppi fondamentali dell‘indie pop (o, per dirla meglio, del jangle pop) americano: quattro album e numerosi singoli dal 2006 al 2018 e un ultimo singolo nel 2019, per poi andare in letargo.
Bloccato nell’isolamento della pandemia, Bert comincia a scrivere e registrare nuovi brani, suonando ogni strumento. Nasce così Field School, una sorta di progetto solista casalingo, i cui frutti vengono condivisi su Bandcamp in forma di tre EP (digitali e su cassetta: It’s Only Everything EP a gennaio, Hey Satellite EP ad aprile e Swainson’s Thrush EP ad agosto) nei primi mesi del 2022.
Ma il talento di Bert non può passare inosservato e così, nel breve volgere di qualche mese (un po’ come accadde al mio adorato Glen Donaldson con i suoi The Reds, Pinks And Purples), arriva l’etichetta spagnola Bobo Integral a raccogliere il meglio delle sue canzoni (e qualche inedito) su vinile.

I dodici brani che compongono When Summer Comes seguono l’esempio dell’indie pop emotivo e melodico dei Math & Physics Club: intrisi di malinconia, delicati e, allo stesso tempo, mai troppo levigati, artigianali ma non grezzi, caratterizzati da melodie luminose e nostalgiche, un po’ come se i Belle & Sebastian degli esordi (chiarissima influenza anche della band madre), in collaborazione con Jens Lekman, si appropriassero del canzoniere dei Magnetic Fields. 
Canzoni minime, senza trucchi, eppure dalle melodie ricercate, che, nella migliore tradizione dell’indie pop, riescono a descrivere e trasmettere sensazioni ed emozioni, magari fugaci ma non per questo meno intense.
Canzoni che sembrano avviluppare in un caldo abbraccio, che rinfrescano, dissetano e, insieme, ci fanno venire di nuovo sete, melodie che, con la dolcezza, nascondono in loro un piccolo grumo di dolore e solitudine. Proprio come fa l’estate che, quando arriva, rende il nostro affanno un po’ più lieve e promette di annegare le nostre preoccupazioni nell’azzurro del mare (o attutirne il fragore tra le vette delle montagne).
Il sapore agrodolce delle canzoni di Bert è come quello che ci sembra di riassaporare quando, ad estate finita, riguardiamo con nostalgia e rimpianto le evidenze fotografiche di gioie mai davvero vissute fino in fondo.

Ecco dove il pensiero di Antonia Pozzi e di Cristina Campo entra in gioco: contrariamente a quanto vorrebbe suggerire il titolo, When Summer Comes non racconta l’arrivo dell’estate, i suoi schiamazzi, la sua luce accecante, ma la pioggia che cade sulle memorie della stagione appena trascorsa, lasciando le foglie fradicie.
La nostalgia che si respira nell’album, tuttavia, non è tale da sfociare nello sconforto: c’è, infuso nella musica di Field School, un senso di desiderio, una brama di assaporare ogni più piccolo sentimento con completezza, di ritornare indietro a un momento in cui tutto era più semplice, vero e potente, ma non per poter rivivere le stesse sensazioni, quanto per poterle gustare con più intensità, per poterle assaporare con maggiore consapevolezza.

Così a titoli (così maledettamente indiepop) come Loving Me Was Never Gonna Work Out e If You See Me Around Just Act Like You Didn’t, si affiancano momenti più ottimisti quali I’m Starting To Feel A Bit Like Myself Again (“I can’t remember most of December, and i don’t recall January at all/ there was something I meant to, but i didn’t get to/ I’m not really sure if it matters at all/ but I’m starting to feel a bit like myself again/ whatever it means to feel like myself again/ I’m starting to feel that way“) o Don’t Let This Moment Pass You By, forse il brano più “estivo” del lotto (“so don’t hesitate, it’s a beautiful Sunday/ the hours slip away while you’re smiling for the camera/ your heart is awake and the music is playing/ it’s not too late, don’t let this moment pass you by“).

Loving Me Was Never Gonna Work Out apre l’album con malinconia (“honeymoons in June/ September and falling leaves/ cold Decembers/ daffodils every spring/ but loving me was never gonna work”) e se la seguente Jennifer Valentine è più vivace e ritmata, non altrettanto si può dire del testo (“Jennifer Valentine, I wrote your name a thousand times/ I wonder if you remember mine“), in perfetto stile Another Sunny Day. Ma già I Just Want to Paint You in Pictures (“and i just want to paint you in pictures/ and tell you about everything/ that happened today and every day for the rest of my life“), risolleva il morale, con le sue chitarre scintillanti e un ritornello quasi esultante.
La poetica title track, dal gancio melodico perfetto e dal testo sublime nella sua semplicità (“summers come and go/ like fair-weather friends/ but i still want to feel that sting again/ it was gone without a warning/ it was just there Sunday morning/ but we’re never going to be seventeen again“) -praticamente un inno per noi attempati appassionati di indiepop- che ricorda da vicino il songwriting dei quasi omonimi Field Mice (!), è uno dei momenti più alti dell’album, ma anche Wide Awake, malinconica e delicatamente triste, il jangle pop robusto di Moon Jellies, Is This Our Love Song? e la relativamente più rumorosa You Will Be Light, pur muovendosi nell’alveo del genere, mostrano la straordinaria sensibilità melodica di Bert.

When Summer Comes è certamente uno degli album jangle pop dell’anno, con le sue chitarre scintillanti, le sue melodie cristalline e la sua malinconia esultante (senza dimenticare i suoi rimandi a un passato imprescindibile). E’ un disco sull’estate vista da lontano, sull’amore, sul desiderio e sulla solitudine.
E’ un disco indie pop.
E non credo sia possibile fargli un complimento migliore.

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Un pensiero su “Field School – When Summer Comes

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