Johnny Hunter – Want

Francesco Giordani per TRISTE©

Sul debutto degli australiani Johnny Hunter, da chi scrive lungamente atteso e se possibile ancor più chiacchierato, non ci sarebbe poi molto da aggiungere a quanto già detto, visto che la metà esatta delle dieci canzoni in esso contenute sono già state pubblicate in questa prima metà dell’anno, principalmente nell’ep digitale Endless Days, su queste pagine assai apprezzato.

Nell’era dello streaming imperante simili prassi non sono più una gran novità. Pensiamo a come Johnny Marr e Beach House hanno ad esempio “spillolato” le loro ultime fatiche discografiche, scientemente suddivise in episodi a rilascio periodico su Spotify. A patirne è sicuramente la nostra fame d’ignoto, quel mai sopito desiderio di venire in qualche modo sorpresi o piacevolmente contraddetti dalla scoperta di ciò che non ci è ancora stato svelato. 

Tuttavia, forse per sparigliare un po’ le carte, forse per ordire un piccolo agguato alle nostre sin troppo scafate abilità di previsione, i quattro giovani rocker australiani hanno optato per un album dal volto duplice, come diviso in due emisferi fra loro velatamente in conflitto.

Il primo tempo del disco, introdotto dai fosforici bengala glam-OI dell’eponima Want, ricomprende infatti la quasi totalità dei brani già editi e condensa nei suoi venti minuti rotondi quell’effervescente spirito nu-rock che avevamo imparato a respirare a pieni polmoni soprattutto in Endless Days (anche grazie ai suoi uncinanti, irresistibili, show me show me contrabbandati di soppiatto da Robert Smith) e Life.

Lo stesso spirito ha probabilmente indotto i ragazzi a mettere in palio per i primi acquirenti della stampa di Want una Fender Squier personalizzata e ad allegare al medesimo vinile, gesto degno di novelli New York Dolls, un vezzosissimo rossetto. Uno spirito, quello dei Johnny Hunter, nutrito sì, giova sottolinearlo, di sturm new wave (Cure, Echo & The Bunnymen, Chameleons, The Sound, Psychedelic Furs) e drag new romantic (Adam & The Ants, Dead Or Alive), ma non di rado capace anche di focose accensioni glam’n’roll (i Cult di Love, i Mission di God’s Own Medicine) che il bellissimo singolo Dreams sublima nel suo mirabile ritornello -e quel I don’t ever want to wake up/ And realise I’m still dreaming of you che lo scandisce- quasi resuscita memorie di I Melt With You dei Modern English.

Il secondo atto del disco, costruito attorno alla monumentale Cry Like A Man, tende a smorzare sensibilmente il battito cardiaco e a dilatare le pupille, raccontando il tempo delle ferite ancora aperte, quel fiottare di lacrime e sangue che sempre succede al turgore di ogni battaglia. È a questo punto che la band si consegna alla drammaturgia di ballate dalla sostanza più intima e sentimentale, vagamente emo-joydivisioniana (se mi passate l’espressione bislacca), come Fracture, Eternity Fades o Clover (dispiace non sia stata recuperato, magari come ghost track, quel capolavoro di Try As You May).

Se a queste si somma il potenziale inno Take Off, che s’ingigantisce ad ogni nuovo ascolto, il risultato è un album d’esordio complessivamente tra i migliori ascoltati (non solo) quest’anno, una collana di canzoni lucenti che in altre epoche ci saremmo precipitati a ribattezzare “singoli killer”.

La speranza è quella di poterle al più presto sentire sgorgare direttamente dalle ugole e dai plettri della band, in tutta la loro vivezza, su un palcoscenico, se non è già chiedere troppo.

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