Jeanines – Don’t Wait For A Sign

Francesco Amoroso per TRISTE©

Ammettiamolo, con noi stessi prima che con chiunque altro: la vita, in alcuni periodi, riesce a essere piuttosto monotona.
L’autunno e l’inverno, con il loro grigiore, la loro routine, la pioggia, il fiume di auto che invade le strade, la sera che scende fin troppo presto, il risveglio sempre alla stessa ora, può risultare davvero difficili da sopportare.
E’ in momenti come questi che sarebbe utile avere almeno uno sprazzo di vitalità, un momento di luce, un gesto che illumini la giornata. Anche un solo minuto di improvvisa, magari inaspettata, vitalità, qualcosa, che, per una manciata di secondi, ci tiri fuori dal tran tran quotidiano.
Perché mi dilungo con queste elucubrazioni piuttosto banali e superficiali? E’ presto detto. Lo faccio perché ogni volta che ascolto una delle canzoni del nuovo album dei Janines, Don’t Wait For A Sign, è come se fossi colto da una piccola scossa.

Un a scossa brevissima, sia detto. Nessuna delle tredici composizioni contenute nel secondo lavoro del duo della East Coast raggiunge i due minuti di durata e tutto l’album si conclude in poco più di venti minuti. Tuttavia bastano davvero una manciata di secondi (il brano più lungo ne dura 112) perché Alicia e Jed (o Jedediah) riescano a trasmettere sensazioni ed emozioni che, almeno momentaneamente, mi fanno – per usare un’altra espressione piuttosto banale, ma decisamente appropriata – sentire vivo.
Sì, perché le canzoni dei Jeanines non sono certo solo allegre e spensierate – anzi – ma hanno dentro, condensata, tutta la vita: malinconia, amore, rabbia, tristezza, dolcezza, nostalgia.

Mi rendo conto che, nel tentativo di emulare la band e di trasmettere con poche righe ciò che la loro musica mi fa provare, ho tralasciato qualche informazione magari utile a inquadrare meglio Don’t Wait For A Sign e i suoi autori.
Parlando con la webzine di culto Chickfactor, Alicia Hyman ha rivelato che scrive “canzoni folk tristi” nel suo appartamento per poi mandarle a Jed Smith, che, a sua volta, dall’alto della sua conoscenza enciclopedica del pop indipendente, “le trasforma in gemme indie pop”.
Poche parole che, devo ammettere, in maniera molto più accurata di quanto potrei mai fare, riassumono e descrivono le piccole pietre preziose che questi due talentuosissimi artigiani del pop indipendente cesellano da qualche anno a questa parte: il loro omonimo debutto risale al 2019, l’anno successivo è arrivato l’e.p. Things Change.

Con Don’t Wait For A Sign Alicia e Jed raffinano ulteriormente – e asciugano, se possibile – la loro scrittura, rendendo le canzoni più solide strutturalmente (seppure possa sembrare strano, in meno di due minuti) e affrancandosi (ma mantenendola sempre in vista) dall’irruenza punk DYI dell’esordio, in favore di sviluppi sonori ancora più melodici.
Se Jed Smith (come al solito super prolifico: in contemporanea con questo album è uscito anche il delizioso The Second Mick Trouble Lp che, come dice il nome, è il secondo lavoro di uno dei suoi progetti paralleli) è ormai sempre più da considerarsi un maestro del jangle pop di matrice sixties (il primo singolo Any Day Now o Got Nowhere To Go suonano come delle pop-hit perdute nell’etere radiofonico), l’enfasi, stavolta, è tutta sulla voce di Hayman.
Una voce che non è affatto facile classificare: mai particolarmente melodiosa o zuccherina ma sempre magnificamente armoniosa, suona distaccata e risulta, allo stesso tempo, spontanea e coinvolgente. E’ perfetta nella sua imperfezione, suona nostalgica e immalinconita, ma non si abbandona mai al melodramma.

Alicia sembra nata per cantare canzoni da poco più un minuto, perché ha la capacità, in un tempo brevissimo, spesso anche solo intonando un verso o un effimero coro, si infondere immediatamente un mood unico in ogni brano.
Ascoltate il ritornello di Any Day Now, ogni singolo passaggio della magnifica Who’s In The Dark (nella quale è più evidente l’influenza folk), i cinquantotto secondi di pura retromania di Gotta Go, lo struggimento di Through The Vine e forse quello che, in maniera così farraginosa, sto tentando di spiegare (mai come stavolta il famoso adagio che dice che scrivere di musica è come ballare di architettura mi suona valido) risulterà comprensibile.

Ascoltare le canzoni dei Janines è come tuffare la mano in una scatola di ottime caramelle assortite: non saprete mai quale gusto aspettarvi, ma è certo che vi esploderà in bocca e, almeno per il tempo di consumarle, la vita vi sembrerà meno grigia.

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