Le firme di TRISTE©: la Top 10 2022 di Giulio Tomasi.

Giulio Tomasi per TRISTE©

1) Jeanines – Don’t Wait For A Sign (Slumberland)

Dal lontano 2005, da quando cioè ho iniziato ad ascoltare musica in quantità torrenziali, con tanto di travolgimenti di ogni tipo, ho tracciato ogni anno puntualmente un bilancio sotto sembianze di top 10 della musica ascoltata nell’arco di 365 giorni. Tale riflesso hornbyano ha assunto prima la forma di una vera e propria nota facebookiana, leggasi regalo di Natale argomentato per gli amici. Il tutto dal 2020 in poi ha avuto l’evoluzione – privilegio in spudorata confessione al cospetto dell’audience di questo spazio. Mai in questi in più di tre lustri era capitato che uno stesso progetto arrivasse in prima posizione in due anni diversi. Ma se qualcuno doveva rompere questo taboo, allora quel qualcuno dove essere certamente la coppia Jed Smith – Alicia Hyman. È un Lp (breve, per qualcuno addirittura un mini, nonostante i tredici pezzi) che ha il grande merito di premere il tasto stop di quella cosa che chiamiamo tempo. Non nascondo che per molti sarà un limite. Ma chi vi scrive, vedendo una continuità nettissima fra Don’t Wait For A Sign e quel gioiello che era il debutto omonimo del duo edito nel 2019, si trova tremendamente a proprio agio anni luce lontano da covid e scenari bellici. Poiché ora come tre anni fa, parafrasando quel tale, vale la massima secondo cui la nostalgia ha vinto di nuovo! Hanno vinto i ricordi del dischi con accanto il logo del simpatico pipistrello su Indiepop.it. Le retrospettive in Cd (il ritorno del vinile? Mai succederà!) della Cherry Red sulle band C86, le caramelle che arrivavano nel pacco con i cd di cui sopra comprati su Norman Records. Questo e molto altro significa per me l’atto secondo dei Jeanines, una genuina scoperta o riscoperta, a seconda dei punti di vista, del plateau dell’indie pop.

2) Harry Styles – Harry’s House (Columbia, Erskine, Sony Music)

No l’autore di questa top 10 non ha smarrito la strada ma ha anzi trovato la sua direzione, l’unica possibile imbattendosi in un disco di simili ambizioni, ovvero creare il “Lexicon of love” per la tik tok generation. La combine tra il popolare e riferimenti sophisticati che avete sempre voluto e che non avete mai osato chiedere la regala l’ex componente di una boy band. Contro ogni bookmaker che vista la portata della sfida lo dava sconfitto in partenza, il “belloccio” del Worcestershire compie un mezzo miracolo. Depauperato da ogni forma di urban per così dire pecoreccio, ma non per questo privo di pezzi con groove; contenente al suo interno canzoni da cantare ai live, come una volta, ondeggiando accendini; denso di omaggi a stelle e meteore 80’s che mai sfiorano il calco pedissequo,  e che se portassero anche solo un 1% degli zoomers in ascolto verso la retta via del pop adagiato su lande autorali il mondo sarebbe salvo; “Harry’s House” va ascritto fra le pagini migliori che il mainstream, quello con la S di Star System maiuscola, abbia prodotto negli ultimi dieci anni.

3) Michael Head & The Red Elastic Band – Dear Scott (Modern Sky Uk)

Ok! Forse facendo certe considerazioni sull’atto terzo di Styles ho imboccato una rotta paternalista. Tuttavia ritengo quanto meno necessario che anche le “nuove leve” possano avere un minimo di cognizione storica e un input alla scoperta musicale che non faccia perno solo sullo scriteriato modello dell’usa e getta che un sistema politico, prima ancora che musicale, impone loro. Mi piacerebbe ad esempio che un ventenne possa subire il fascino degli outsider. E se parliamo di underdog il nome di Michael Head ha pochi rivali in termini di charme. Di diritto nella hall of fame dell’underground grazie alle sue passate frequentazioni con The Pale Fountains e Shack il musicista di Liverpool ha centellinato nel corso degli ultimi venticinque anni le sue apparizioni.  Se come me eravate rimasti colpiti dai trascorsi solisti di Head, prima spalleggiato dagli Strands, e poi dalla Red Elastic Band, con la recente produzione avrete dal classe 1961 il knockout definitivo. Dal primo momento che ho ascoltato Dear Scott mi è venuto in mente quell’ipotetico ventenne e quanto questo disco tracci un solco dal mondo che hanno scelto per lui. È utopico, mi rendo conto, ma quanto sarebbe affascinante se ci fossero sempre più eccezioni a certe regole di mercato per far sì che la bellezza senza tempo di opere come questa arrivi anche a chi nel fiore degli anni il tempo lo vede depredato da un algoritmo.

4) Big Thief – Dragon New Warm Mountain I Believe In You (4AD)

Sarebbe poco sincero da parta mia nascondere le criticità personali riguardo all’approccio di così copiose opere. Che poi ci sia un problema più grande, in tempi di dittatura dello streaming, di corretta modalità di fruizione è un altro discorso. Alla soglia d’attenzione musicale (e non solo) che si abbassa, è forse il caso di rispondere facendo calare resistenze al cospetto di un’opera cotanto voluminosa per godersi interamente tutto d’un fiato, il tomo definitivo di Lenker e soci. Freme e scalpita questo vinile, richiede uno spazio negli scaffali tra Jony Mitchell e qualcosa dei  Fairport Convention. Il dragone del folk-rock assesta il suo colpo di coda spazzandoci indietro negli anni. Si sta bene così a ritroso, in una dimensione bucolica, dove è tutto ora quel che luccica anche i discreti inserti elettro che starebbero bene in certi dischi Full Time Hobby. Insomma, ho impiegato del tempo, ma alla fine sono rimasto incantato anche io dinanzi alla parabola artistica dei Big Thief, segno di come spesso per certi artisti servano tempo e atti d’amore incondizionato.

5) Beach House – Once Twice Melody (Sub Pop/Bella Union)

Potrei copiare e incollare molte cose scritte a proposito del disco una posizione più in alto, queste avrebbero altrettanta validità anche qui. Dimostrazione di come certi meccanismi aderiscano perfettamente agli spazi immensi. Siano esse le praterie menzionate in alto, o i campi siderali dove prendendoci per mano ci conducono i Beach House in questo doppio mastodontico Once Twice Melody. I musicisti di Baltimora sfiorano senza raggiungerla del tutto la monumentalità ma malgrado ciò non c’è recriminazione per quello che poteva essere. Poiché siamo giunti fin qua su, in una ascesi sintetica, guardandoci bene le scarpe ma sempre dando un occhio al paesaggio. E se qualcosa così in cima è inafferrabile è proprio perché le dita che ci hanno condotto in vetta sono imbrattate di polvere lunare.

6)  Will Sheff – Nothing Special (Ato)

Vorrei attuare il procedimento inverso rispetto a quello adoperato da Will Sheff per parlarvi delle emozioni suscitatemi da questo disco. Se il menestrello del New Hampshire per la prima volta decide di uscire in solo, con il suo nome di battesimo, io invece vorrei rifugiarmi sotto le spoglie di un moniker, arginando così la paura di espormi troppo, e cadere malamente nei personalismi più di quanto fatto finora nel blaterare riguardo i dischi che più ho amato nel 2022. Ok che siamo su Triste, e i frequentatori assidui (e non) di questo spazio sanno cosa aspettarsi da una testata che fa del racconto emozionale il suo punto di forza, ma non so quanto sia il caso di procedere oltre. La “colpa” è tutta di questo Lp che riesce nella missione di rinvigorire i fasti di quel The Stage Names a nome Okkervil River che tre lustri orsono segnò gli anni zero e una notevole fetta d’inverni della mia post adolescenza.  Poco importa se Nothing Special resterà una singola pubblicazione estemporanea senza i compagni di band, o se si rivelerà il primo tassello di un percorso nuovo. Quel che conta è il peso specifico di queste otto canzoni dove ognuna più dell’altra si prodiga ad andare in direzione opposta al titolo dell’album.

7) Sad Eyed Beatniks – Claudia’s Ethereal Weaver (Meritorio/ Paisley Shirt)

Con Harry Styles, Big Thief e Beach House anche la quota mainstream, o se preferite “istituzionalizzata” ha avuto la sua rappresentanza. Sì ma l’underground? Sarebbe il caso di chiedersi underground per chi? E dopo questa domanda ha inizio un uso privatistico di Triste che i piani alti della redazione sono certo mi perdoneranno. Dicevamo dell’underground… una proposta come quella dei Sad Eyed Beatniks difatti è “emersa” cosi come, vado a memoria, quasi tutte le uscite della Meritorio Records nel mio spazio virtuale che trovate qui. Da molti anni infatti gestisco il mio account sul controverso social alla stregua di una pagina musicale. Qui troverete link quotidiani a dischi di recente uscita. Vi starete certamente chiedendo il perché di questa autopromozione spudorata, e soprattutto perché piazzata proprio alla posizione numero 7. La prima domanda richiederebbe una risposta tanto articolata che non sto qui a esternarvi. Riguardo la seconda posso dire che lo spirito con il quale porto avanti la mia lotta contro i mulini a vento in termini di like è lo stesso con cui Kevin Linn si barcamena stupendamente in territori lo fi, all’insegna di un pop sghembo. In simbiosi noi due sfoggiamo una resistenza che passa anche da riappropriazioni di spazi. La nostra è musica che fa da colonna sonora alla rivincita degli Hipsters e Beatniks… quelli veri però.

8) Mo Troper – Mtv (Lame-O Records)

La mia personalissima palma d’oro al disco pop-rock più sgangherato del 2022 va a lui, MoTroper! Personaggio di quelli che è impossibile non amare anche soltanto per la sua estetica nerd andante con cui si presenta nelle foto promozionali. Bassa, bassissima fedeltà, slackerismi di ritorno, un corredo vocale da far impallidire i Chipmunks (autorevoli fonti hanno già sottolineato tale affinità elettiva, chi sono io per dargli torto?) questi solo alcuni degli elementi salienti in onda su MTV ovvero Mo Troper V. Mi piace infatti pensare a questo irregolare album (il quale scorre che è una bellezza) collegandolo non all’immaginario da playlist per le piattaforme di streaming ma alla vecchia cara tv a tubo catodico. Vale a dire meno shuffle più zapping. Cosi mettetevi comodi sul divano e godetevi quello che forse non sarà mai The King of Rock ‘n Roll, per citare uno dei pezzi più riusciti del disco, ma di sicuro è un portento di sfrontatezza melodica.

9) Alessandro Fiori – Mi Sono Perso Nel Bosco (42 Records)

Primi mesi del 2013, Siracusa, Alessandro Fiori sta portando in giro il suo “Questo dolce museo”, uscito ormai da qualche settimana, preludio di quel “Cascata”, che lo dico non senza campanilismo, verrà stampato dalla siciliana Viceversa. A un certo punto del live il nostro rivela un aneddoto. Un giorno insieme al padre rifletteva sul processo di trasmissione di valori e cose tra genitori e figli. Il momento assolutamente toccante è stemperato dalla chiusa esilarante del racconto: “il mio babbo concluse quel momento dicendo qualcosa a proposito di Giovinco.” Tale ricordo esprime al meglio la poetica corroborante, il genio maldestro del fantasista aretino, il quale vince lo scudetto dei dischi italiani della stagione. Lo fa dribblando banalità di sorta e al contempo spingendo sulla fascia dell’appeal radiofonico in molti pezzi. Si aggiudica il titolo perché si Fiori è un solista, ma il nostro, come testimonia anche la sua militanza in svariate formazioni (Mariposa su tutte) sa giocare di squadra. Della partita è infatti un dream team di nomi espressione del più fulgido vivaio It Pop sponda autorale che influisce sul risultato. Come direbbe qualcuno … ”Tutto molto bello”.

10) Damien Jurado – Reggae Film Star (Maraqopa)

Capita! Talvolta capita di perdersi dietro a certi artisti e alle loro impennate produttive dal punto di vista discografico. I mesi che preparano l’ingresso nel cinquantesimo anno di vita di Damien Jurado sono infatti segnati da una prolificità accentuata. Certo, l’uomo che vanta uscite per Sub Pop e Secretly Canadian nel suo catalogo, non è mai stato fermo con le mani in mano. I freddi dati ci dicono però di una tendenza recente vota a rimpolpare con costanza il curriculum. Tuttavia non c’è surplus di sorta o eccesso di esposizione che tenga! Questo Reggae Film Star è una gemma cantautorale in cui il musicista di Seattle, sforando di poco la mezz’ora, invia delle cartoline dalle barricate folk ove si è rintanato. Dicevamo all’inizio dei percorsi densi di tappe, allora si potrebbero utilizzare parole come quadra o pietra angolare per tutto questo. Il rischio però sarebbe quello di leggere quanto spedito da Jurado con occhi deformanti, meglio focalizzarsi sulla necessità di smarrirsi, questa volta nel modo giusto, dentro le sue canzoni.

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