Chris Brain – Bound To Rise

Francesco Amoroso per TRISTE©

Negli ultimi mesi, su queste pagine virtuali – ma anche su quelle reali e tangibili della rivista musicale con cui collaboro – mi sono occupato di alcuni album che hanno avuto una grande risonanza mediatica e un notevole riscontro commerciale e che, probabilmente, lasceranno un segno nelle cronache musicali del 2022 (e, magari, qualcuno di loro, sarà ricordato anche negli anni a venire).
Questo ha comportato che, nell’analizzarli, dovessi tenere conto oltre che dell’aspetto strettamente musicale e artistico degli stessi, anche del loro rapporto con la cultura, la società e le tendenze entro le quali queste creazioni artistiche sono state prodotte.
Non me ne lamento, ma mi sento più a mio agio quando posso concentrarmi sulla musica e sulle sensazioni che essa suscita in me. In fondo non sono altro che un appassionato di musica e ho titolo solo per tentare di trasmettere, attraverso le parole, ciò che la musica mi fa provare.

Sento, così, spesso il desiderio di astrarmi dalle discussioni che di frequente sono legate agli artisti o agli album più di successo (anche perché nel nostro ristretto ambito di appassionati di musica indipendente – non saprei come meglio definirla – il successo, anche moderato, è una cosa che davvero non si perdona facilmente) e di immergermi completamente nella musica.
In questi momenti il mio rifugio sono quei lavori che, con una espressione ormai abusata fino allo sfinimento, possono definirsi senza tempo. Un album “senza tempo” (che poi, di solito, vuol dire che è un’opera con pochi legami con il presente e molti, moltissimi, con il passato ma, così dicendo, rischio di ricadere di nuovo nell’analisi sociologica e culturale) mi permette di concentrarmi del tutto sulle sensazioni che mi provoca, di non tenere in considerazioni le sue conseguenze sulla storia della musica o sulla società (anche perché, fortunatamente, spesso questi lavori, non hanno alcuna influenza su entrambe le cose e non sono neanche stati concepiti per averle).

Il preambolo è lungo e farraginoso, lo ammetto, ma l’intento è, vi assicuro, puro: è un (goffo?) tentativo di chiedervi di sospendere ogni giudizio e chiudere gli occhi, farvi trasportare dal flusso delle note che sgorgano dalle corde della chitarra di Chris Brain e farvi cullare dalla sua voce calda e accogliente. Per poco più di venticinque minuti astraetevi completamente da tutto e lasciarvi andare.
Brain è un giovane musicista di Leeds e Bound To Rise è il suo album di debutto, quietamente maestoso. Le dieci composizioni in esso contenute sono eteree e delicate, imperniate sulla sua voce dolcemente roca – una voce familiare, eppure assolutamente personale – e su un fingerpicking elegantissimo.
E’ inevitabile, già dopo le prime note, pensare a Nick Drake (ma anche allo stile cristallino ed elaborato di John Martyn), ma, come sempre accade in questi casi, se le ascendenze sono evidenti – e esibite con orgoglio – è la qualità delle composizioni a fare tutta la differenza del mondo.

Le canzoni di Chris Brain attingono al paesaggio e alla natura e non è difficile, se si accoglie il suggerimento di chiudere gli occhi, trovarsi trasportati nella campagna inglese, ancora umida di un temporale appena passato, con un pallido sole che si sta facendo largo tra le nuvole che si diradano.
Il cantautore dello Yorkshire si è fatto le ossa come musicista di strada “suonando Bob Dylan e James Taylor” e ha fatto parte di alcune band folk locali, ma è stato il tempo libero concesso dal lockdown che gli ha permesso di scrivere le sue canzoni che sono nate soprattutto durante lunghe e solitarie passeggiate all’aria aperta, accompagnato solo dai suoni dei suoi numi tutelari (i suddetti e Joni Mitchell, insieme a Drake e Martin).

Bound To Rise è stato registrato in presa diretta su nastro analogico, senza sovraincisioni, con l’apporto del pianista Simeon Walker e di sua moglie Mary Jane al violino. Walker si è occupato anche degli arrangiamenti, raffinatissimi e incredibilmente ricchi se si pensa che sull’album sono presenti solo tre strumenti. Le registrazioni, effettuate in uno studio di Leeds, restituiscono tutto il calore di una performance live con un riverbero naturale, pieno e intenso.
Il fingerpicking di Brain, le note sparse di piano di Simeon Walker e le sottolineature del violino di Mary Jane riescono a compiere un sortilegio e, d’improvviso, tutto ciò che ci circonda scompare, lasciandoci immersi in una piacevole foschia, sospesi in un tempo indefinito, con l’ombra e la luce che si confondono, nel tentativo di avere il sopravvento l’una sull’altra.

E’ il desiderio del sole prima dell’alba a caratterizzare Bound To Rise, mentre il piano di Bird Count accompagna un’altra canzone crepuscolare e intima (“calling out your name/ never to be tame”). Chance To See e Golden Eagle sembrano raccontare con delicatezza e trasporto di relazioni intime, mentre Flying On Time (“she’s due tonight / just for one night / to visit our skies”) rimanda, inevitabilmente ai Cieli del Nord e una canzone come Rare Find, senza nascondere, sin dal titolo, le proprie ascendenze, è un’elegia tenera e struggente, nella quale, così come nella malinconica e intensa Peace And Quiet, emergono il violino di Mary Jane Walker e il sottile pianoforte di Simeon Walker.
Sunday Morn suona esattamente come una domenica mattina, rallentata, un po’ pigra e piena di quieta malinconia (“melancholy calls to greet us once more”) e Sun Song, in coda, chiude il cerchio: il tanto desiderato sole, lungamente invocato, finalmente sorge e illumina il volto di una presenza amata (“the sun was born and she’s beautiful / the sun was born from the ground”), eppure sembra che non sia riuscito a spazzare via del tutto le paure e gli struggimenti notturni.

Chris Brain è un orgoglioso figlio di Nick Drake, non ne fa mistero e non sarò certo io a lamentarmene. E’ una sensazione fantastica poter ascoltare le sue canzoni senza pensare a niente altro che ad entrare in sintonia con le note e i sentimenti che esse trasmettono, e il suo album d’esordio è un rifugio sicuro, un momento di quiete, un caldo abbraccio nel quale rifugiarmi quando mi sento sopraffatto.

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