Opus Kink – ‘Till the Stream Runs Dry

Francesco Amoroso per TRISTE©

Sono convinto che ci siano molti modi per scrivere di musica e non credo che un approccio sia migliore di un altro. Però devo ammettere che ci sono due modalità che mi irritano piuttosto profondamente: la prima, diffusissima e di grande successo, è quella delle classifiche. Vada anche per quelle di fine anno (che, del resto, in una forma o nell’altra, presentiamo anche qui, pur senza prenderci troppo sul serio), che servono per fare un po’ di ordine negli ascolti e per segnalare qualcosa che, magari, è sfuggito, ma quelle per decennio, per secolo, per genere (vade retro Satana!) proprio non le riesco a sopportare. Mi danno l’orticaria. Servono solo a scatenare discussioni infinite e a far apparire la musica (una forma d’Arte!) come una sorta di competizione sportiva -e di quelle peggiori, i cui risultati sono demandati a dei giudici con la paletta pronta a premiare o affossare una performance- nella quale devono esistere dei vincitori e dei vinti. A questo punto (se fossero anche solo minimamente attendibili) sarebbe meglio mettersi l’anima in pace e affidarsi alle classifiche di vendita…

La seconda modalità di scrittura musicale che mi disturba molto ma che, ciononostante, mi capita di praticare a volte, è quella che utilizza continui riferimenti e paragoni: Tizio richiama Nick Drake, Caio sembra Bob Dylan, i Sempronio riprendono le sonorità dei Beatles mentre The Mevios suonano esattamente come i Fall. Capisco che ciò possa aiutare il lettore a farsi un’idea piuttosto precisa del sound di una band alle prime armi, o invogliare qualcuno ad ascoltare un artista il cui suono richiami un mostro sacro adorato, ma mi pare ormai un esercizio piuttosto ozioso -visto che con la recensione arriva sempre il link per l’ascolto- e, soprattutto, un modo decisamente pigro di avvicinarsi alla materia (e il fatto che lo adotti anche io, piuttosto di frequente, non mi impedisce di non gradirlo).

Sono convinto, invece, che la musica migliore sia quasi sempre difficile da definire: che siano suoni già sentiti ma pieni di nuovi spunti o nuovi suoni per i quali mancano riferimenti e paragoni, spesso mi trovo in difficoltà a ingabbiarli in un genere per descrivere adeguatamente ciò che ascolto e tento di raccontare. Anche quando mi adatto e faccio richiami espliciti ad altre band o a generi specifici, agisco per approssimazione e non riesco a rendere giustizia alla musica che provo a descrivere. È evidente che, nel caso del sestetto di Brighton degli Opus Kink la situazione sia esattamente questa: in ogni singola traccia della loro produzione c’è un un suono ricco, strutturato e avvolgente, decisamente personale e inclassificabile, se non per approssimazione.

I loro straordinari primi singoli (Wild Bill e This Train), usciti -così come l’EP- per la Nice Swan Records (etichetta da tenere d’occhio assolutamente), mi avevano entusiasmato e il loro EP di debutto, ‘Til The Stream Runs Dry (che la band descrive come “six songs of bad love, ill winds, possession, stagnation, and earthly delights.”) conferma tutto quanto di buono avevo visto (ascoltato) in quei brani.
È chiaro che potrei immediatamente dire che la giovane band inglese prende a piene mani dal punk, dall’art-rock e dal jazz sperimentale, potrei addirittura azzardarmi a citare The Clash e i Madness (due riferimenti poco utilizzati finora per raccontare le nuove leve del post-punk degli anni 20 del nuovo millennio), ma sarebbe, come sempre, solo -appunto- un’approssimazione. Le loro sonorità sono, in effetti, vagamente familiari -per chi ha qualche decennio di ascolti sulle spalle- ma, al contempo, personalissime, fresche ed eccitanti. I sette brani che compongono il lungo EP sono caratterizzati da una straordinaria energia, da riferimenti e fusioni di generi diversissimi tra loro e da una certa predisposizione per la teatralità (quanto si prendano sul serio, però, non è dato saperlo).

Le loro canzoni, anche per il cantato irruento, suonano piene di rabbia, eppure sembra che la band si diverta immensamente nel suonarle. Basta prendere Into The Stream, il breve brano introduttivo, spettrale e inquietante, con i fiati lancinanti e i synth opprimenti, per comprendere che l’ascolto non sarà una passeggiata tra campi fioriti.
E I Love You, Baby, il primo singolo estratto dall’EP, mette subito in chiaro quali sono le coordinate della band: riff di chitarra post-punk vigorosi e distorti, cantato e cori cupi, arrabbiati e pieni di urgenza, ritmi e fiati tra lo ska e Ennio Morricone: è un attacco spiazzante che mette, immediatamente un punto esclamativo. Sulla carta, forse, l’accostamento potrebbe lasciare perplessi, eppure tutto funziona alla perfezione e arriva all’apice degli ultimi secondi del brano, davvero travolgenti.
La successiva Dog Stay Down non abbassa affatto i toni: un quattro quarti jazz-punk trascinato dalla tromba, da incongrui inserti mariachi e da una ritmica sempre più indemoniata.

St. Paul Of The Tarantulas è la traccia centrale dell’EP e, sotto ogni aspetto, quella più coraggiosa. Costruita attorno a una melodia di pianoforte e a un coro gregoriano imbastardito e reso punk dal cantato profondo e rabbioso, utilizza anche la tecnica dell’aggiunta di una melodia folk classica: si tratta della arcinota (anche nei paesi anglosassoni) Tarantella Napoletana, in questo caso velocizzata fino al parossismo e condita da elementi che richiamano il folk-punk dei Pogues. Se riuscite a stare fermi ascoltandola, mi pare evidente che nulla vi potrà mai smuovere (o che abbiate qualche problema di udito).
(I’m Going Down To That) Hole In The Ground è, inevitabilmente, più scarna e rallentata, quasi blues, con il cantato di Angus Rogers (decisamente uno dei punti di forza della band, sempre in bilico tra genio e follia) che permette al brano di crescere lentamente, accompagnato dalla tromba che, a poco a poco si fa trionfante (“It’s vaguely about being tortured and dying for the motherland and being sexually aroused by the whole thing. Erotic masochistic patriotism. This is how we all feel about England and the royal family.“) Sembra quasi si tratti di una lunga introduzione a The Unrepentant Soldier, il brano dalla costruzione più semplice dell’EP e, di conseguenza, il più immediato, che inizia con la chitarra tesa, una linea di basso post-punk e un ritmo in crescendo e prosegue con una sorta di vortice tra il tex mex e il jazz.

Alla title track è riservata la chiusura dell’EP: si tratta di un brano di oltre sei minuti, dall’andamento alternante tra piano e forte, che parte con un momento quasi delicato, caratterizzato dall’uso della chitarra acustica e da un cantato più rilassato, per poi crescere anche grazie all’onnipresente tromba, fino all’acme nel quale risuona un ritmo militaresco e la voce di Rogers che grida straziante “I Will Be Happy“.

A volte la musica degli Opus Kink sembra perdere (o farci perdere) la strada, immersa in un incandescente e selvaggio caos fatto di batterie martellanti, stilettate di chitarra, voci profonde e urlate e fiati assordanti, eppure la band riesce sempre a ritrovare il bandolo della matassa, a tirarci fuori da quel labirinto di suoni audaci e vitali, sporchi, crudi e provocatori.
È impossibile ascoltare ‘Til The Stream Runs Dry senza rimanere profondamente scossi e spiazzati, ma è necessario lasciarsi travolgere, arrendersi alle sue arrembanti canzoni e al suo spirito libero, perché, dalla prima all’ultima nota, questo è un lavoro straordinariamente compiuto e coeso, uno di quelli che costringe anche il più pigro recensore a fare un sforzo, nella speranza di riuscire a trasmettere anche solo una piccola parte dell’eccitazione provata nell’ascolto (e, ciononostante, probabilmente questo EP non finirà in nessuna classifica).

Un pensiero su “Opus Kink – ‘Till the Stream Runs Dry

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