Sophie Jamieson – Choosing

Francesco Amoroso per TRISTE©

Sophie Jamieson arriva da Londra e scrive canzoni intime, fragili, viscerali e disperatamente oneste.
Forse, nel leggere una presentazione del genere, avrete pensato che, in fondo, non ci sono particolari novità e che di giovani musiciste che cantano indossando il proprio cuore sulle maniche* (dovrei dire “cantano con il cuore in mano”, ma la traduzione letterale dell’espressione inglese, amata da Shakespeare, mi sembra decisamente più d’effetto) ce ne sono tante.
Allora vi avverto subito: Sophie Jamieson eleva queste caratteristiche all’ennesima potenza.
Quando ho avuto occasione di parlarle (sempre grazie a Rockerilla!), mentre mi raccontava, con estremo candore, le vicissitudini che hanno preceduto (e ritardato) l’uscita di Choosing, il suo album d’esordio, più volte ho avuto la sensazione che Sophie si trovasse sull’orlo della commozione, che la sua confessione fosse così emotivamente sentita che proseguire le pesasse. Eppure le sue risposte hanno continuato ad arrivare, sincere, dirette, crude. A costo di farsi male.

Ascoltare la musica di Sophie Jamieson, con la sua disarmante schiettezza e la sua franca emotività, è un’esperienza coinvolgente e travolgente, tanto quanto sentirla parlare della sua giovane, ma già travagliata, esistenza.
Jamieson nelle sue composizioni esplora il dolore, la dipendenza e la solitudine con coraggio e brutale sincerità. E’ convinta (e lo dice per esperienza, non perché l’ha letto da qualche parte o glielo ha suggerito qualche professionista) che questo sia l’unico modo per affrontare i propri demoni e avere la speranza di uscirne vincitrice.

Il suo primo EP, Where, era uscito nel 2013 e un singolo era arrivato l’anno dopo. Sembrava che, a giudicare dall’impatto che le sue canzoni avevano avuto su pubblico e critica, il suo momento stesse arrivando, anche perché, nei primi anni del decennio appena trascorso, la scena nu-folk cantautorale inglese stava toccando il proprio apice di ispirazione e di pubblico e artisti come Laura Marling erano sulla bocca di tutti.
Eppure da quel momento di Sophie Jamieson si sono perse le tracce. E’ sembrato, a tutti coloro che ne avevano apprezzato le prime uscite, che la giovane cantautrice londinese non fosse stata ormai capace di cogliere l’attimo fuggente, anche perché è da qualche anno che, dopo una saturazione del mercato, la spinta creativa del nuovo folk inglese è andata inaridendosi (fatta eccezione per la grandissima Marling e alcune altre musiciste e musicisti molto più di nicchia) e, con lei, è scemato l’interesse degli appassionati.

Solo nel 2019, quando oramai il ricordo della sua musica cominciava a sbiadire, qualcosa è scattato in Sophie Jamieson che, lontano dalla ribalta, lottava contro i propri demoni personali, e le canzoni hanno ricominciato a fluire.
Da allora, per nostra e sua fortuna, il flusso non si è più interrotto: Jamieson ha pubblicato, nel 2020, due EP, Hammer e Release, che esaminano, in maniera cruda e senza autocommiserazione, la depressione e l’isolamento, e, pochi giorni fa, è finalmente arrivato Choosing, il suo album di debutto.
I quattro anni di lontananza dalle scene, seguiti all’EP d’esordio, sarebbero potuti risultare fatali per la carriera artistica della musicista londinese, ma Sophie, nonostante tutti gli ostacoli che si sono frapposti tra lei e la musica (“Negli anni in cui non facevo musica, ci ho pensato costantemente, ma senza speranza. Sono arrivata al punto, durante un trasloco, di lasciare la chitarra dai miei genitori: mi chiedevo perché dovessi portarla ancora con me, visto che non l’avrei suonata. Quando riprovavo le mie dita non erano capaci di ritrovare le mie vecchie canzoni“) è riuscita con questo travagliatissimo esordio a dare una prova inconfutabile del suo cristallino talento e della sua peculiare voce, brutalmente sincera e appassionata.

Choosing è, così, un lavoro incredibilmente ispirato, solido e commovente.
Il songwriting di Jamieson è caratterizzato da grande intensità e intimità e lo si percepisce sin dal brano d’apertura Addition, nel quale sonorità desolate e spoglie lasciano presto spazio a un drammatico crescendo chitarristico che ritorna anche nella trascinante Runner. Gli spettri che infestano le canzoni di Jamieson affiorano da ogni brano: il dolore, la dipendenza, il disagio mentale, l’angoscia, l’ansia.
Eppure, animate da passaggi melodici efficacissimi (Downpuor, Crystal, Fill), da una strumentazione organica, da testi poetici e da una voce vibrante, i brani di Choosing sono certamente drammatici ma mai senza speranza. Jamieson affronta in a viso aperto i propri comportamenti autodistruttivi e decide, consapevolmente, di compiere delle scelte, per quanto queste possano risultare difficili e dolorose.

Se i due EP usciti un paio di anni fa erano caratterizzati da soluzioni sonore piuttosto sperimentali, con l’utilizzo di sintetizzatori ed elettronica, nel nuovo album, pur mantenendo una particolare attenzione per gli arrangiamenti, c’è un sostanziale distanziamento da quei suoni.
Jamieson e la suo fidatissima produttrice, Steph Marziano (già al lavoro con Elena Tonra Ex:Re), hanno scelto sonorità organiche, più semplici e intime. E la scelta si è rilevata quella giusta: le chitarre acustiche e elettriche, gli arrangiamenti sparsi, una voce vibrante e cangiante, permettono alle canzoni di andare dritte al cuore delle cose, senza distrazioni, senza inutili orpelli. All’interno di Choosing scorrono un’energia e un’intensità drammatica travolgente, ottenute non con l’affastellarsi di suoni e di crescendo teatrali, ma grazie a un lavoro di sottrazione che rende le composizioni crude e vulnerabili, necessarie.

Quando le ho chiesto cosa avrebbe voluto trasmettere con le sue canzoni, Jamieson mi ha semplicemente risposto che non aveva in mente nulla di particolare, ma che ha solo scritto le canzoni che doveva scrivere.
E mi ha spiegato che l’immagine dell’alcol, che viene fuori molto spesso nei suoi testi (Sink, Crystal, Empties, Long Play), è solo un oggetto di scena, perché l’alcol è solo uno dei modi con cui si affronta il dolore e Choosing parla proprio di dolore e del modo in cui lo affrontiamo. Così canzoni come Downpour, Fill o Empties (“Well you enter all guns blazing/ Shaping what I’m making You’re holding up the room/ Well darling, now you’ve got me going/ For life as I don’t know it/ No, baby you’d better not leave me/ Standing in my empties“) raccontano dei mille sotterfugi che si cercano per ignorare il dolore, dell’incapacità di cavarsela da soli, della necessità di avere sempre qualcun altro a cui aggrapparsi.

Poi, però, arriva Runner, ed è una scossa forte. Sophie Jamieson interrompe il vortice che ci/la stava risucchiando e squarcia l’oscurità con un po’ di speranza e di consapevolezza. La salvezza va cercata, innanzitutto dentro di sé, ci dice, e, fino ad allora, lei l’ha cercata in tutti i posti sbagliati. E non è un caso che il brano successivo si chiami Violence perché è necessario a volte fare violenza a se stessi per capire da dove provengano l’autopunizione, l’odio di sé, l’autodistruttività (“It’s a violent game/ I didn’t want to play/ But you got me in the ring/ And pulling down the shades“).

E’ nelle successive Boundary e Who Will I Be che finalmente arriva la comprensione, il perdono, l’auto-riconoscimento. Sono canzoni che lasciano attoniti per la loro disarmante sincerità, per il loro guardare dritto in faccia l’autosabotaggio e le macerie che questo comporta e superarlo, rifiutando la vergogna e abbracciando, senza inutile pudore, la vulnerabilità (“I came up to sleep at a friends, you see/ Waiting to bleed all over her sheets/ But none of that seems necessary/ When you break life to me gently“).

Ma Choosing non è un album come gli altri, non affronta il dolore per poi, attraverso una catarsi, dimenticarlo, negarlo. Nella conclusiva lenta e dolente Long Play, così, Jamieson decide di chiudere il cerchio, affrontando nuovamente i propri demoni, guardandoli senza nascondersi da essi o da se stessa riuscendo, di conseguenza, a descrivere una traiettoria verso la speranza che non annulla o nega lo sconforto, l’insicurezza e l’impotenza, ma costruisce su di essi (“We know/ You’re no clown, you’re a woman/ And you’re only on side A/ You’ve still got the whole long play/ To twist“).

Choosing non è un album ammiccante, non regala facili ricette per il riscatto, né si crogiola nella sconfitta. E’ un lavoro vero, forte, aspro e, insieme, tremendamente fragile, vulnerabile, esposto.
Sophie Jamieson non si limita indossare il cuore sulle maniche, ma si presenta a noi senza pelle e, nel mostrarci, senza inutili pudori, le proprie debolezze, dimostra una forza e un coraggio travolgenti.

*Nelle tradizionali giostre medievali, quando un cavaliere vi prendeva parte, era consuetudine dedicare la partecipazione al torneo a una particolare dama. Così, avvicinandosi a cavallo alla dama prescelta seduta tra gli spettatori, il cavaliere si legava al braccio un oggetto personale che lei gli donava, di solito un drappo o un fazzoletto.

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