Diciotto dischi nell’arco di un quarto di secolo, nessun superfluo o semplicemente secondario. Quella di Damien Jurado è una carriera artistica di assoluto rilievo, priva di clamore forse, ma ricca di qualità. Diverse sono le strade battute a partire dall’esordio di Water Av. S., possibili variabili che non ne hanno mai snaturato l’artigianato musicale profondamente ispirato.
Wilder Maker is a Brooklyn band which features a dynamic roster of musicians, including singer-songwriter Gabriel Birnbaum, accompanied byNick Jost and Sean Mullins. Band members play regularly with Debo Band, Mutual Benefit, Baroness, Kevin Garrett, Johanna Samuels, and Hannah Cohen. After a series of self-releases and home recordings, Wilder Maker came to national attention via their Saddle Creek 7” New Streets in 2017 and subsequently released their label debut Zion with Northern Spy Records in 2018. Their new album is Male Models and it will be out July 29th via Western Vinyl. Male Models is a crystallization of the more sprawling style of the 2018 LP, knocking the corners off the more extended songs and packing them into bite size forms that revolve heavily around the live studio performance and kinetic energy of the core trio, who have been making music together for nearly a decade. Male Models features guest lead vocalists: Adam Duritz (Counting Crows), Katie Von Schleicher, Felicia Douglass (Dirty Projectors, Ava Luna), Alex Schaaf (Yellow Ostrich), V.V. Lightbody, and Mutual Benefit.
Mi rendo conto solo adesso di aver forse sprecato un’invettiva nel contesto sbagliato. Ho introdotto il lavoro d’esordio di una band molto promettente e che potrebbe ben presto diventare piuttosto chiacchierata, prendendomela con quel modo di divulgare la musica che si basa sul compilare classifiche di tutti i generi e tirare fuori continuamente i dischi da isola deserta, i dischi della vita, gli album che hanno fatto la storia, i lavori più importanti del secolo e chi più ne ha più ne metta. Tuttavia è possibile che il disco i questione, o quanto meno la band che l’ha inciso, possano prima o poi finire in una di quelle classifiche, magari non subito, magari con il tempo o con un album un po’ più ammiccante. Esistono invece album sui quali sarei pronto a scommettere che rimarranno -ingiustamente- privilegio per pochi, che verranno ascoltati da uno sparuto gruppo di appassionati e il cui ascolto rimarrà un dolce ricordo privato, un’emozione da non condividere, anzi da conservare gelosamente. Album che non hanno alcuna intenzione di strabiliare o di sconvolgere, ma sono scritti con immenso amore per la musica e grande onestà, solo per il gusto di concedersi con generosità a chi è pronto ad accogliere note e melodie.
Sono convinto che ci siano molti modi per scrivere di musica e non credo che un approccio sia migliore di un altro. Però devo ammettere che ci sono due modalità che mi irritano piuttosto profondamente: la prima, diffusissima e di grande successo, è quella delle classifiche. Vada anche per quelle di fine anno (che, del resto, in una forma o nell’altra, presentiamo anche qui, pur senza prenderci troppo sul serio), che servono per fare un po’ di ordine negli ascolti e per segnalare qualcosa che, magari, è sfuggito, ma quelle per decennio, per secolo, per genere (vade retro Satana!) proprio non le riesco a sopportare. Mi danno l’orticaria. Servono solo a scatenare discussioni infinite e a far apparire la musica (una forma d’Arte!) come una sorta di competizione sportiva -e di quelle peggiori, i cui risultati sono demandati a dei giudici con la paletta pronta a premiare o affossare una performance- nella quale devono esistere dei vincitori e dei vinti. A questo punto (se fossero anche solo minimamente attendibili) sarebbe meglio mettersi l’anima in pace e affidarsi alle classifiche di vendita…
A ciascuno il suo mestiere. Ognuno di noi dovrebbe avere l’intelligenza di dedicarsi soltanto a ciò che è in grado di fare bene, che sia per predisposizione o per studio. L’improvvisare un mestiere non porta a nulla se non a invadere campi che non sono di propria competenza, con risultati spesso disastrosi. E’ un concetto che attraversa secoli e paesi: “Ama il modesto mestiere che hai imparato e accontentati di esso” diceva Marco Aurelio, mentre il filosofo scozzese Thomas Carlyle sosteneva che “Blessed is he who has found his work; let him ask no other blessedness.“. Nel mio piccolo ho sempre sostenuto che un commercialista non dovrebbe mai mettersi a scrivere un contratto, così come per un ingegnere sarebbe opportuno evitare di occuparsi di architettura (dimenticando, in questo caso, che gli ingegneri, di solito, sanno tutto!).