Angel Olsen – Whole New Mess

Francesco Amoroso per TRISTE©

Non importa quanto ti allontani. Prima o poi, è inevitabile, devi tornare a casa.

Mi capita spesso di pensare alla parabola artistica di tanti musicisti che amo e apprezzo, alla loro gavetta, a volte lunga, altre infinita. Ai sacrifici che fanno e ai compromessi che devono accettare per arrivare a essere ascoltati (e, sovente, anche solo per sopravvivere).
Alle scelte che ne condizionano la carriera. Ai rifiuti o ai colpi di fortuna che possono cambiare la loro storia.

Mi capita di fare certi ragionamenti anche quando penso ad Angel Olsen, artista che ho amato follemente ai tempi delle sue prime uscite e che, album dopo album, ho cominciato a sentire sempre più lontana da me.
Per lungo tempo ho pensato che, prima con “My Woman” e le sue canzoni piene di ritmo e chitarre elettriche e poi, in maniera ancora più eclatante, con le tastiere e gli arrangiamenti orchestrali di “All Mirrors” avesse in qualche modo tradito le mie aspettative, sterzato bruscamente, lasciando me, suo ammiratore della prima ora, alle spalle, per inseguire una visibilità e un successo che il folk scarno e quasi ascetico degli esordi non le avrebbero mai permesso di raggiungere.

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Private World – Aleph

Francesco Giordani per TRISTE©

L’anno musicale volge inesorabilmente al suo autunno, il che, per un album così crepuscolare come Aleph, è un gran bene. Difficilmente i mesi che ci attendono potranno infatti avvolgersi in stoffe musicali più pregiate di quelle che i Private World hanno quasi maniacalmente ricamato.

La band synth-pop guidata dai raffinati esteti gallesi (di Cardiff) Tom Sanders e Harry Jowett, ha dipinto un album dal fascino sottile, sofisticato e malinconico, che va ad occupare, nella mente bislacca di chi scrive, il quarto vertice di un ideale quadrilatero sonoro che poggia i restanti piedi sugli esordi di Nation of Language e Westerman (recuperate il suo notevole Your Hero Is Not Dead) e sul bellissimo Gathering Swans dei Choir Boy, da noi già lungamente elogiato.
Progetti che peraltro, vuoi per l’anno maledettamente bisestile vuoi per una sempre più irreversibile disaffezione/distrazione del pubblico “alternativo”, hanno raccolto davvero troppo poco rispetto alla qualità (ingente) messa in campo.

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Olec Mün – Reconciliation

Peppe Trotta per TRISTE©

Ripercorrere il passato alla ricerca delle proprie radici è un atto mai semplice eppure estremamente importante per comprendere se stessi e per capire da cosa scaturisce il proprio presente.
È una ricerca intima che spesso viene trattenuta, assorbita per essere gelosamente custodita.
Ma non sempre è così.
A volte, per ragioni diverse, si avverte la necessità di condividere le sensazioni derivanti da tale opera di scavo interiore e ci si ritrova a dover scegliere il mezzo a noi più affine per farlo. Marcelo Schnock alias Olec Mün ha scelto la musica, suo linguaggio d’elezione.

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Andrew Wasylyk – Fugitive Light and Themes of Consolation

Alberta Aureli per TRISTE©

Come è bello l’autunno appena all’inizio, la luce che cambia in un’ora soltanto e diventa rosa, e grigia, e poi blu, tornerà quella bianca dei giorni più freddi ma per il momento dal cielo incerto e mutevole cade l’acqua che arriva in profondità nella terra secca e impasta le zolle aperte dal caldo.

Rivoli metropolitani e pozzanghere in ogni dove, non basta allora aver aggiunto i calzettoni ai sandali, siamo zuppi come le strade lucide, l’acqua torna alla terra. E alla terra torniamo anche noi, come gli alberi, ogni volta che qualcosa o qualcuno sembra volerci sradicare, ogni volta che il vento soffia così forte da sollevarci in aria. E alla terra torna, per la terza volta, anche Andrew Wasylyk con il suo Fugitive Light And Themes Of Consolation, un disco dichiaratamente autunnale dedicato, come i precedenti due, alla sua regione d’origine, la Scozia della costa orientale.

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Gabriel Garzón-Montano – Agüita

Carlotta Corsi per TRISTE©

È sempre magico incrociare la strada di un qualcosa in cambiamento, soprattutto se questo avviene nelle persone; cambiano colore e finalmente riescono a ridere con gli occhi.
Quello che è più difficile osservare è tutta la strada percorsa per arrivare fino a quel punto, osservare il punto di partenza, quello incolore e senza grandi sorrisi.

Chi più o chi meno, ci siamo tutti reinventati una volta nella vita e lo stupore degli altri nel vederci diversi non è mai paragonabile alla sensazione che si ha al mattino, quando ci si sveglia consapevoli di non essere più la persona del giorno prima.
È da un annetto che covo dentro un bozzolo una metamorfosi speciale e non so ancora che disegni avranno le mie ali, ma una zampetta fuori c’è e al momento questo mi basta per darmi la spinta e dondolarmi ancora un po’.

Chi ha covato per qualche anno dentro se è Gabriel Garzón-Montano che esce con Agüita dopo tre anni dall’ultima pubblicazione “Jardín”.

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