Lurve – Lurve/ Перемотка – Начало прекрасной дружбы

Francesco Amoroso per TRISTE©

Ho un’insana passione per l’indie “esotico” e per tutta la musica di matrice anglosassone, in particolare quella dei primi anni ottanta (e non poteva essere altrimenti) interpretata e suonata da band le cui sonorità dovrebbero, di norma, esplorare lidi sonori diversi.
Probabilmente è perché mi diverte e mi emoziona ascoltare artisti provenienti da tutto il mondo accomunati dalla passione comune per certi suoni: le chitarre scintillanti, le linee di basso profonde, le ritmiche incalzanti e le melodie cristalline.
Nel corso degli anni ho ascoltato e scoperto band filippine, indonesiane, cinesi, ceche, sudamericane (per non parlare di francesi e italiane) che sfoderavano con passione e notevole attitudine le loro canzoni a presa rapida, melodiche, malinconiche e sognanti, incuranti della distanza che le separava sia dalla terra che questi suoni ha visto nascere, sia dall’epoca in cui hanno preso forma.

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Damon Albarn – The Nearer The Fountain, More Pure The Stream Flows

Francesco Giordani per TRISTE©

Devo essere onesto. Avevo deciso che l’ultimo disco di Damon Albarn sarebbe stato anche per me l’ultimo. Aspettate però ad alzare il vostro sopracciglio. Con “ultimo” intendo ultimo disco “fisico” (nel caso specifico, compact disc) da comprare in un negozio, escludendo da tale novero, com’è ovvio e giusto, tutti i dischi che continuerò ad acquistare prima o dopo i concerti a cui mi sarà ancora concesso di assistere, doveroso omaggio pecuniario a chi lotta fisicamente con noi in prima linea, armato di plettro, amplificatore e chitarra a tracolla.

Forse vi starete chiedendo: e perché mai proprio Damon Albarn? Semplice. Perché Parklife fu il mio primo “ciddì” comprato in negozio, venticinque anni fa. Mi piacciono le simmetrie, che volete farci.

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Circuit Des Yeux – -io

Francesco Amoroso per TRISTE©

Non so se capita anche ad altri, ma personalmente, da qualche tempo a questa parte, tendo ad adagiarmi, nei mei ascolti, su sonorità che riescono ad accompagnare le mie attività quotidiane senza essere troppo invasive o disturbanti. Privilegio, così, artisti e musicisti che, pur esprimendo – almeno dal mio punto di vista – tutto il loro talento e la loro personalità, lo fanno con una certa pacatezza o con sonorità a cui sono maggiormente abituato.
Questo atteggiamento, tuttavia, rischia di farmi perdere una grande fetta di produzione musicale, che sarebbe almeno altrettanto degna di attenzione, per il solo fatto che le caratteristiche espressive scelte da alcuni artisti mal si conciliano con un ascolto disattento o non sono adatte a qualsiasi momento della giornata o umore.

La produzione musicale di Haley Fohr, in arte Circuit Des Jeux, è un esempio evidente di quanto sto provando a spiegare: le sue composizioni, articolate, impegnative, spesso stranianti e dissonanti, non sono adatte ad essere fruite distrattamente, né, tantomeno, in qualsiasi mood ci si trovi.
E questo vale anche per il suo ultimo album, -io, per quanto, in alcuni passaggi, sia il più accessibile della sua produzione.

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(Make Me a) TRISTE© Mixtape Episode 50: French For Rabbits

French For Rabbits (by Lily Paris West)

Aotearoa’s French for Rabbits create music that feels like it has been crafted from the fabric of the New Zealand landscape – all salty waves, isolated coastlines, grains of sands and expansive skies. It is intimate and expansive, welcoming and wary, poetic but piercing. Based on the creative vision of songwriter, producer and pianist Brooke Singer, the project came to life when she started working with guitarist John Fitzgerald in the small coastal township of Waikuku Beach back in 2012. His minimalist but shimmering guitar lines proved to be the backbone of their early work, and over the years the band has blossomed outwards to include the considerable talents of multi-instrumentalists Ben Lemi (Trinity Roots, Dawn Diver) and Penelope Esplin (Grawlixes) alongside drummer Hikurangi Schaverien-Kaa. Together, they have released four records: the wonderful EP Claimed by the Sea in 2012, the debut album Spirits in 2014, The Weight of Melted Snow which was released in 2017 in New Zealand and in 2019 in the rest of the world, and The Overflow which was out in November via AAA records (NZ/AUS), Reckless Yes (UK) and A Modest Proposal (Italy).

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Tasha – Tell Me What You Miss The Most

Francesco Amoroso per TRISTE©

La categoria dei cosiddetti Break-Up Albums, gli album che sono ispirati e che parlano della fine di un rapporto amoroso, è affollatissima ed eterogenea.
Praticamente chiunque si è cimentato nello scrivere un album che racconti di abbandoni, separazioni forzate, perdite dell’amore e fine di una relazione.
In rete si trovano decine di classifiche dei migliori “break-up albums” di sempre e ci si possono trovare Frank Sinatra e i Radiohead, Lorde e Bruce Springsteen, Adele e Nick Cave, addirittura gli Slowdive (anche se il più gettonato rimane Rumors dei Fleetwood Mac).
Sembra, insomma che, quale che sia il tuo genere di musica di riferimento, devi, in carriera, scrivere almeno un album sulla fine della tua relazione. ma non è difficile: si sa che gli artisti hanno vite sentimentali di solito burrascose (ad eccezione, forse, di Robert Smith dei Cure, che sta con Mary da quando era ragazzino, eppure, con Disintegration, magari scritto in un momento di crisi del rapporto, è riuscito anche lui a entrare nella categoria dei break-up albums).

Se ne deve dedurre, quindi, che la fine di una relazione sia un argomento trito e ormai fin troppo sfruttato? Potrei propendere per una risposta positiva, se non fosse per l’uscita, recentissima, del secondo lavoro dell’artista chicagoana Tasha, Tell Me What You Miss The Most.

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