Emanuele Chiti per TRISTE©
C’è stato un momento nella storia, circa venti anni fa, in cui ai miei occhi sembrava che se una band nata e cresciuta tra gli anni ’80 e gli anni ’90 e che avesse avuto come trademark il suono delle chitarre distorte (cioè il suono che un sedicenne poteva associare a quel periodo lì come sintomo di musica “di qualità”, e fa tenerezza come cosa ma così era) e che non avesse fatto il grande salto verso questi nuovi suoni e mood provenienti da altre sfere (insomma quel mondo vago fatto di Massive Attack, Aphex Twin e Orb che avevo in testa all’epoca, i suoni “del futuro”, chiamiamoli così) sarebbe stata de facto una band fallita e decotta.
Fica da vedere dal vivo magari, ma non c’era nulla di progressivo e futuristico ai miei occhi, ancora la chitarra, il basso, la batteria, le distorsioni, il pogo, e basta no, metticelo quel campionamento, quel breakbeat, chiama quel DJ di grido e basta.
Colpa di Adore, di Kid A e anche Trent Reznor ci ha messo del suo. Eravamo la nuova generazione, di pochissimo post generazione X, e pretendevamo qualcosa di più. Il futuro.




