Animals That Swim – Workshy

animalsthatswim_workshyFrancesco Amoroso per TRISTE©

Gli anni 90 sono stati, per noi appassionati di musica “indipendente”, l’inizio di un’epoca d’oro.

Se nel decennio precedente informarsi sulla scena d’oltreoceano e d’oltremanica e, successivamente, acquistare i dischi che attiravano la nostra curiosità era spesso un’impresa che, in alcune circostanze, poteva durare molti mesi, grazie al successo planetario di band provenienti dal sottobosco indipendente, quali Nirvana, R.E.M. e Sonic Youth negli States, Oasis e Suede in Inghilterra, la cosiddetta scena indie (quale poi sarà mai ce lo siamo sempre chiesto tutti) vide un boom e una diffusione capillare.

Le riviste musicali si trovavano quasi in ogni edicola (della Capitale, naturalmente) e anche la reperibilità dei dischi era molto aumentata, anche grazie a una serie di rivenditori per lo più caratterizzati da una grande passione (per Roma basti pensare al favoloso Just Like Heaven).

Certo, in fondo, tutto, o quasi, girava intorno al Grunge o al Brit Pop (con questa seconda scena che, col tempo, ha finito per comprendere qualsiasi cosa arrivasse dalla perfida Albione…).

Però, diciamocelo chiaramente, era davvero una pacchia. Si comprava l’NME o il Melody Maker ogni settimana e, nel giro di pochi giorni, si riuscivano a trovare tutti gli album che sembravano, leggendo articoli e recensioni, fare al caso nostro.

La ricerca spasmodica e spesso infruttuosa era terminata e, tuttavia, con lei era venuto meno anche il gusto romantico di andare in giro alla ricerca del prossimo Sacro Graal musicale.

Non fu un caso, quindi, che, su una delle riviste inglesi che regolarmente acquistavo, mi capitò di leggere qualcosa sugli Animals That Swim e che, nel giro di brevissimo tempo, riuscii a mettere le mani su uno dei loro primi e.p.: i due precedenti singoli erano stati entrambi “Single Of The Week” nel Melody Maker!

Così, quando nel 1994 uscì l’album d’esordio, Workshy, li aspettavo al varco e non mi lasciai sfuggire la prima occasione per acquistarlo.

Gli Animals That Swim erano in giro dal 1989 e dalla formazione iniziale a due elementi, i fratelli Hank Starrs (Jeffery Barker) – voce e percussioni – e Hugh Barker – chitarra – si erano espansi fino a diventare un quintetto, reclutando un terzo fratello, Al Barker alla chitarra, Tony Coote al basso e Del Crabtree alla tromba.

animalsthatswim_workshy1Fu proprio la tromba di Crabtree (se il nome vi dice qualcosa è forse perché ha suonato la tromba su quasi tutte le uscite dei Bark Psychosis…) dal suono a volte morbido e notturno, altre jazzistico e frammentato, insieme alla voce teatrale e coinvolgente di Hank, a divenire il marchio di fabbrica della band.

Workshy, che riproponeva tracce da tutti i singoli precedenti, ebbe recensioni entusiastiche e un discreto successo di pubblico in U.K., nonostante fosse lontanissimo, come suono e attitudine, dal “lad rock” che stava cominciando a spopolare.

Che gli Animals That Swim fossero in ogni caso troppo fuori dagli schemi per le masse, con testi articolati e uno storytelling mai banale (“I can’t wake up, the sky’s too dull to rouse me”), non fece che accrescere la mia passione per questa band di outsiders.

La loro offerta musicale, colta e ironica, a metà strada tra la psichedelia e il beat della fine degli anni ’80 era originale e coinvolgente, grazie anche a brani dall’impatto immediato e decisamente pop (Smooth Steps, Pink Carnation, Madame Yevonde).

A differenza dei contemporanei Tindersticks, l’unica band coeva con la quale potevano avere qualcosa in comune, gli animali che nuotano avevano un suono più accattivante e meno drammatico, elegante senza essere pretenzioso, spiazzante, eppure confortevole.

In un mondo musicale dove la maggior parte delle band erano dei cloni più o meno dichiarati dei Nirvana e dei Soundgarden, nel quale stava per arrivare il ciclone Brit Pop, la tromba e la weirdness degli Animals That Swim furono una vera ventata di freschezza per  chi era sempre alla ricerca di musica pop intelligente e emozionante.

Naturalmente la band durò poco: un secondo album altrettanto pregevole, a distanza di due anni, e un ritorno per un terzo lavoro, a lungo posticipato, nel 2001. Poi il vuoto. Eppure Workshy, pur acerbo e imperfetto come può esserlo un lavoro d’esordio, ha sempre mantenuto un posto nel mio cuore, magari recondito e in penombra, insieme a tanti altri lavori che hanno contribuito a rendere la mia esistenza molto più piacevole.

Spero che, ascoltandolo, succeda anche a voi questo che, ogni volta, mi sembra un piccolo miracolo che si ripete.

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