Protomartyr – Relatives in Descent

Emanuele Chiti per TRISTE©

Di personaggi strani, improbabili, teneri sui palchi in venti anni ne ho visti davvero tanti.

Tutti i travestimenti, le attitudini, i modi di fare più assurdi: un bel campionario. Forse ci potrei scrivere un libro, ma tempo non ne ho, quindi mi limiterò a ricordare l’impatto che ebbi con i Protomartyr due anni fa dal vivo.

La prima cosa che mi venne in mente fu: “Ma questi da dove arrivano?” In particolare il frontman Joe Casey: completo da impiegato del catasto, una lattina di birra da supermercato via l’altra, quasi immobile davanti al microfono. Accompagnato da tre ragazzetti che, insomma, non li defineresti proprio “alla moda”.

Ma a noi di queste cose importa? No, anzi vedere questo “sano disagio” lì sul palco ad accompagnare un set granitico e sferragliante ha contribuito in maniera crescente a farmeli amare.

Un amore che era scattato con quella bomba che era Under Color Of Official Right, proseguito con The Agent Intellect (Why Does It Shake? canzone del decennio) e che arriva ora con Relatives in Descent a sfociare in una promessa di matrimonio.

Prima di tutto: i Protomartyr hanno i titoli delle canzoni più belle al mondo. Non so bene cosa vogliano dire, ma creano un immaginario tutto loro che non riesco a collegare a nessun’altro.

Un immaginario suburbano che riporta all’epoca d’oro del postpunk anni 80: quella musica miracolosa che tirarono fuori gli Wire o i Mission Of Burma, collegati da parte a parte dell’Oceano da un’urgenza espressiva e “pop” davvero mai vista prima.

Ma qui i Protomartyr ci mettono anche altro, accennato in parte in passato: la batteria e il basso si muovono sinuose come se fossero registrate nelle stesse session di Murmur (non c’è bisogno di dire di chi è l’album Murmur, spero) e si intrecciano con le chitarre ruggenti alla Rocket From The Crypt.

Una prova ne sia il singolo Don’t Go To Anacita o l’iniziale travolgente A Private Understanding. Il capolavoro? Forse Windsor Hum, nevrosi piacevole che quando Joe grida (sempre in modo strano, improbabile, tenero) “everything’s fine” non puoi che essere d’accordo con lui.

Sì va tutto bene con i Protomartyr, il rock forse è morto ma noi no. Del resto i nostri cantavano in I Stare At Floors qualche anno fa: “The plan today is not to die”.

Non è ancora tempo per morire, sì.

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